Cappellani & pedofilia, il vescovo: «Non parlo»

BRINDISI – Sulla vicenda del sacerdote con precedenti per atti di libidine su due ragazzini la diocesi, opportunamente contattata preferisce non rilasciare dichiarazioni. Il vescovo si trincera dietro un “no comment” veicolato dal suo addetto stampa. Silenzio anche dalla direzione generale della Asl, anch’essa contattata invano. La storia è quella dei cappellani e di un capellano in particolare, un sacerdote che lo è stato fino a fine giugno e che a luglio è stato poi sostituito “per la normale turnazione negli incarichi che conferisce il vescovo”, si apprende dalla Curia. Il prete in questione è stato stipendiato dalla Asl e i compensi sono pubblicati sul sito internet dell’azienda sanitaria. Fu arrestato nel 1992 perché i genitori di due bambine lo denunciarono per abusi. Era allora cappellano militare. A vent’anni di distanza l’arcivescovo Rocco Talucci lo ha assegnato alla chiesetta dell’ospedale “Perrino”. E secondo una convenzione del 2002 tra la Regione Puglia e la Conferenza episcopale pugliese i sacerdoti che prestano servizio negli ospedali sono stipendiati dalle aziende sanitarie. Percepiscono compensi, insomma, come fossero dei dipendenti pubblici. Ma non lo sono. Fanno i preti, si occupano di quella che è la loro missione.
Il sacerdote che ha in curriculum una condanna definitiva per atti di libidine violenta sui bambini è ritornato in provincia di Brindisi, lo stesso luogo in cui all’epoca fu compiuto il reato sanzionato con una pena inferiore ai due anni, ragion per cui l’uomo ha potuto beneficiare della sospensione condizionale della pena. La Azienda sanitaria locale che stipula il contratto di “co.co.co” ratificando di fatto gli intendimenti della Chiesa non ha verificato, così come accadrebbe invece per qualsiasi altro dipendente, dal portantino al dirigente, cosa ci fosse nel casellario giudiziario del prete.
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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 14 Settembre 2011 09:03 )

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