Irlanda e Australia. Pedofilia, no al segreto del confessionale, La comoda scusa dei preti per non denunciare il collega criminale

30/07/2011
Attacco al confessionale Il sacramento della riconciliazione

Dall’Irlanda in Australia, le proposte legislative per costringere i sacerdoti a rompere il sigillo sacramentale, quando il penitente è un pedofilo.
Marco Tosatti Roma

La confessione è, da secoli, uno dei tratti caratteristici della Chiesa cattolica, e in parte di alcune Chiese ortodosse; le altre fedi cristiane o la praticano in forme molto lontane da quella tradizionalmente stabilita da Roma.

Ed è stata vista attraverso il tempo, come uno strumento formidabile: sia per la salvezza delle anime sia (secondo i critici) per il “controllo delle coscienze”. Benedetto XVI in uno dei suoi libri autobiografici ne accenna come a uno strumento di giustizia sociale; nel suo paese si inginocchiavano tutti, poveracci e pezzi grossi, a raccontare a chi stava dietro la grata le proprie malefatte; e i poveracci si consolavano nel vedere che anche chi stava meglio di loro posava le ginocchia sullo stesso gradino…

In questi giorni la confessione, e soprattutto il sigillo sacramentale che impone il segreto totale da parte del sacerdote, sono sotto attacco. In Irlanda si vuole proporre una legge che vuole obbligare i sacerdoti a infrangere il segreto confessione se qualcuno confessa un reato di pedofilia. In Australia il governo federale è stato invitato a seguire l’esempio dell’isola all’altro capo del mondo, e ad obbligare i sacerdoti a denunciare chi si presenta a confessare un peccato sessuale contro minori. L’iniziativa viene dal senatore indipendente Nick Xenophon. “Non c’è dubbio su che cosa si debba fare quando c’è da scegliere fra proteggere l’innocenza di un bambino o preservare una pratica religiosa” ha dichiarato. “Perché uno dovrebbe essere assolto dai suoi peccati, anche quando si tratta di abuso sessuale verso i bambini, con una pacca sulla schiena da parte del prete?”.

Naturalmente la posizione del Vaticano è completamente diversa. L’articolo 983 del Codice di diritto canonico ammonisce: “Il sigillo sacramentale è inviolabile; pertanto non è assolutamente lecito ai confessore rendere noto anche solo in parte il penitente con parole o in qualunque altro modo e per qualsiasi causa”. La violazione non è permessa neppure in caso di minaccia di morte del confessore o di altri. Per proteggere il segreto alcuni moralisti, fra cui Tommaso Sanchez (1550-1610) hanno ritenuto moralmente legittima anche la riserva mentale, una forma di inganno, che non richiede la pronuncia esplicita di una falsità. Il prete che violi il segreto confessionale incorre automaticamente nella scomunica latae sententiae, che può essere tolta solo dal Papa (Codice di diritto canonico, 1388 §1). Ciò comporta sia il divieto di celebrare ulteriormente il sacramento sia che la prescrizione di un lungo periodo di penitenza, ad esempio in un monastero.

E se il penitente si presenta a confessare la sua responsabilità in un atto criminale? In questo caso l’esperienza insegna che il prete può porre come condizione indispensabile all’assoluzione che egli si autodenunci alle autorità. Ma non può fare altro, e soprattutto non può informare egli stesso le autorità neppure in modo indiretto.

Ci sono alcuni casi in cui una parte della confessione può essere rivelata ad altri, ma sempre col permesso del penitente e sempre senza rivelarne l’identità. Ciò avviene, ad esempio, per alcuni peccati, che non possono essere perdonati senza l’autorizzazione del vescovo o del Papa. In tali casi il confessore chiede al penitente l’autorizzazione a scrivere una petizione al vescovo o alla Penitenzieria Apostolica (un cardinale delegato dal papa per questi problemi), utilizzando pseudonimi e comunicando solo i dettagli indispensabili. La richiesta viene sigillata e inoltrata alla Penitenzieria tramite il Nunzio apostolico (l’ambasciatore del Papa in quel paese) e perciò la trasmissione si avvale della protezione assicurata alla corrispondenza diplomatica.

Non c’è da stupirsi dunque se la risposta alle proposte irlandesi e australiane è netta e secca. Graham Greene nel suo “Il potere e la gloria” traccia il profilo di un prete indegno, il “prete spugna” nel Messico delle persecuzioni anti-cattoliche, che però corre coscientemente il rischio di cadere in una trappola che lo condurrà alla morte per andare a confessare un moribondo. Fiction, certamente; ma come tutti i miti, se è qualcosa che non è mai successo, è qualche cosa che accade sempre. Il segretario della conferenza episcopale australiana padre Brian Lucas, ha trattato glacialmente la proposta del senatore: “La sua proposta non protegge i bambini e si scontra frontalmente con il diritto fondamentale della gente di praticare la propria religione”, ha dichiarato. “Nessun prete cattolico tradirebbe mai la confessione. Ci sono preti che sono andati a morire, piuttosto che farlo”.

Mons. Pierre Pican, vescovo di Bayeux, nel settembre del 2001 fu condannato a tre mesi di prigione perché non aveva denunciato alla magistratura un sacerdote della sua diocesi, accusato di pedofilia, invocando il segreto professionale. Mons. Pican gli aveva imposto dopo la rivelazione un periodo di cura in un istituto specializzato. Per la sua difesa del segreto aveva ricevuto una lettera di plauso dal cardinale Castrillon Hoyos, su incarico di Giovanni Paolo II.

Ma in realtà sia la proposta irlandese che quella australiana, nate nell’impeto delle emozioni, oltre a costituire una prima volta straordinaria (neanche nella Francia della rivoluzione, che certo non fu tenera verso preti e cattolici, si pensò a una legge del genere) sarebbero semplicemente inutili. Perché non porterebbe probabilmente a neanche una incriminazione, e renderebbe semplicemente il Paese meno libero.

C’è forse la possibilità che qualcuno, responsabile di un crimine (e non solo di pedofilia) possa essere convinto, o spinto, dal sacerdote dall’altra parte della grata ad agire nella direzione giusta. Ma è sicuro che nessuno andrebbe a confessare il suo crimine, se sapesse che così facendo verrebbe denunciato. A parte il fatto che sarebbe necessario che il confessore conoscesse nome, cognome e indirizzo del penitente. Il che, nella stragrande maggioranza dei casi non accade. Mentre invece ci sono stati casi in cui le parole pronunciate dal sacerdote dall’altra parte della grata hanno spinto criminali a pentirsi. Un risultato che certamente la proposta di legge, irlandese o australiana, non potrebbe ottenere.

http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage…n-iglesia-6378/

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