Caso Don Zaghini, patteggiano i due estorsori

SCANDALO A SAN MERCURIALE. Accordo tra accusa e difesa: due anni a testa per i ventenni ex amanti del prelato e 5mila euro di indennizzo

Forlì, 20 luglio 2011 – QUATTRO mesi dopo il caso è chiuso. O quasi. Forlì tira le somme; restano in sospeso però i conti di Bologna; i più urticanti: nell’affaire don Zaghini, i due ventenni forlivesi che ricattarono l’ex abate di San Mercuriale — estorcendogli per un paio d’anni sesso e denaro in cambio del silenzio sull’incoffesato, incoffesabile triangolo amoroso — sono tornati in libertà (erano ai domiliari). Contestualmente il loro legale (Fabrizio Ragni) ha ratificato il patteggiamento col pm Fabio Di Vizio. Entro settembre i due sfileranno davanti al giudice dell’udienza preliminare (Luisa Del Bianco) per il sigillo del ‘popolo italiano’. L’accordo prevede due anni di reclusione (condanna che sta pari pari nel recinto della condizionale) più il risarcimento a don Zaghini, che in questa conduttura giudiziaria primaria figura come persona offesa per il reato di estorsione: 5mila euro e spicci andranno all’ex numero uno della chiesa-distintivo di Forlì.

MA I GUAI per il 66enne alto prelato — sospeso e collocato momentaneamente a riposo dal vescovo Lino Pizzi — non sono qui. Sono a Bologna. Alla Direzione distrettuale antimafia. Dove a metà giugno è sbarcato un plico col timbro della procura di Forlì; plico ricchissimo degli estremi del caso Zaghini. Nella perquisizione effettuata nella canonica di San Mercuriale subito dopo l’emersione del caso — 8 aprile — i carabinieri del nucleo operativo radiomobile di Forlì scovano nell’abitazione del prete una moltitudine di materiale sospetto. Filmati piazzati sulla memoria del computer e dvd a valanga. Secondo qualificate fonti investigative quella congerie di supporti digitali nasconderebbero presunti filmati a sfondo pedopornografico. Argomento che da circa un anno è passato di competenza della Dda. Ora sta ai detective bolognesi fare le prossime mosse: che indice di gravità è inclusa nelle immagini del pc di don Zaghini? E lui, che cosa rischia adesso in concreto?

VENERDI 8 aprile. Pomeriggio tardi. Prima chiamata ai carabinieri. Al telefono c’è don Zaghini: «Ho un problema con due giovani per il pagamento di alcuni lavori al chiostro…»; seconda telefonata; stavolta al cellulare c’è uno dei due ragazzi: «Venite a San Mercuriale, c’è un problema col parroco…». È l’epilogo. Drammatico. Ai militari il parroco sciorina repentinamente la sua trama, col timbro della verità. I due giovani ne snocciolano un’altra, di verità. I carabinieri portano tutti in caserma. Gli animi si placano. Le parole decantano. A galla si profilano le versioni poi messe a verbale: i due giovani sono dei ricattatori (l’hanno ammesso).
Don Franco Zaghini (non solo abate di San Mercuriale, ma pure eminente studioso e illustre docente di teologia, impegnato socialmente in città come rotariano) con quei due ragazzi aveva una relazione omosessuale che andava avanti da un paio d’anni. Gli incontri avevano un prezzo: a pagare era don Zaghini (con tutta probabilità coi soldi delle offerte, sempre munifiche a San Mercuriale). Duecento, trecento euro a convegno. I ragazzi però avevano scoperto che il prete, nel frattempo, li tradiva. Aveva imbastito un’assidua corripondenza con un terzo giovane. A lui, don Zaghini — dicono i due amanti ai militari — donava somme superiori a quelle riservate a loro. Così i due pretendevano di più. Il ricatto diventa allora il prezzo del silenzio sullo scandalo. Ma il tessuto della storia si lacera. I ragazzi assillano don Zaghini. Che la sera dell’8 aprile, stremato, affronta la via della legge. Prima con la sua verità. Poi con quella — molto più scomoda — dei verbali.

di MAURIZIO BURNACCI

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