Lo scandalo di don Seppia rende più forte CL

Michele Tornabuoni

Bagnasco, Tettamanzi e Bertone hanno lavorato a Genova, diocesi di Don Seppia. Oltre Tevere il fatto non è passato inosservato: i tre vescovi “genovesi” sono i grandi nemici di Angelo Scola, cardinale di Cl candidato a succedere a Tettamanzi a Milano.

25 maggio 2011 – 16:21

Più di uno scandalo, più di un caso imbarazzante. L’arresto di don Riccardo Seppia, sacerdote tossicodipendente e sieropositivo accusato di ripetuti abusi sessuali su minori, è una vera e propria bomba per la Chiesa cattolica italiana.

Il primo e più ovvio motivo è che la vicenda del parroco di Sestri Ponente ha messo il dito nella piaga di una Chiesa, quella italiana, in netto ritardo rispetto sul problema della pedofilia. Tutte le Conferenze episcopali mondiali, in realtà, hanno adottate nuove misure di contrasto e prevenzione solo incalzate dalle denunce, dalle perquisizioni di forze dell’ordine e magistratura, dalla prospettiva di un danno economico dovuto quando ai risarcimenti pagati alle vittime quando – è il caso della Germania – alla fuoriuscita dalla Chiesa dei fedeli e dei loro contributi fiscali. Dall’anno scorso, però, è divenuto palese che quella degli abusi sessuali sui minori è una piaga strutturale che riguarda solo una piccola minoranza dei sacerdoti ma ha attecchito – ed è stata insabbiata – sistematicamente in tutti i paesi del mondo.

Eppure, fino a pochi mesi fa, i vertici della Conferenza episcopale italiana minimizzavano, contestualizzavano, rimandavano l’adozione di un pacchetto di misure d’emergenza. Fino al caso di don Seppia. Prima del suo arresto, neppure le ripetute pressioni vaticane erano riuscite a smuovere di un millimetro la Conferenza episcopale italiana. Non c’era riuscito il “promotore di giustizia” della Congregazione per la Dottrina della fede, mons. Charles J. Scicluna, che già l’anno scorso aveva denunciato, su Avvenire, “una certa cultura del silenzio ancora troppo diffusa nella Penisola”. Non c’era riuscita la recente lettera circolare dello stesso dicastero vaticano a tutti i vescovi del mondo. Le uniche risposte erano nate dall’iniziativa personale di qualche singolo presule, come il vescovo di Bressanone e Bolzano Karl Golser, che ha visto il numero verde creato nella sua diocesi contattato anche da altre regioni d’Italia, tanto è carente il quadro generale delle misure anti-pedofili.

Ma, dopo l’arresto choc di Seppia un rilancio, nel quartier generale della Conferenza episcopale a via Aurelia, viene ritenuto non più rinviabile. L’assemblea generale della Cei in corso in questi giorni a Roma è chiamato a discutere – non senza divergenze tra “riformatori” e fautori dello status quo – proposte come uno sportello diocesano per le denunce, una banca dati nazionale, un delegato Cei unico per tutto il paese, un più stretto controllo dei singoli vescovi da parte della stessa Cei. Nulla – è la promessa – dovrebbe essere più come prima.

Perché – ed è la seconda ragione per cui il caso di don Seppia rappresenta uno spartiacque – Genova è la diocesi del presidente della Cei Angelo Bagnasco. Il quale, infatti, ha reagito immediatamente, sospendendo il sacerdote e recandosi nella sua parrocchia per confortare i fedeli. La vicenda, però, allunga un’ombra pesante. Nella Curia genovese si insiste sul fatto che Bagnasco sia caduto dalle nuvole. L’arresto, in effetti, è avvenuto all’improvviso, gli inquirenti sono incappati nel giro di sfruttamento sessuale del prete indagando su un traffico di stupefacenti. Più passano i giorni, tuttavia, e più emergono le testimonianze di chi – uomini di Chiesa e semplici fedeli – sospettava di don Riccardo già da tempo. Perché nessuno ha parlato? All’orecchio di Bagnasco non era giunta nessuna voce? E all’orecchio dei suoi predecessori? L’interrogativo attraversa come un brivido il corpo dell’episcopato italiano, perché, prima di Bagnasco, sono stati arcivescovi di Genova il cardinale Tarcisio Bertone (dal 2002 al 2006), attuale Segretario di Stato vaticano, il cardinale Dionigi Tettamanzi (1995-2002), arcivescovo uscente di Milano, il cardinale Giovanni Canestri (1987-1995) e il mitologico cardinale Giuseppe Siri, faro dei conservatori in Conclave, papabile per eccellenza, porporato che andò in pensione nel 1987, due anni dopo aver ordinato al sacerdozio don Riccardo Seppia.

Il pasticciaccio brutto di Sestri Levante, allora, avvolge nel dubbio alcune delle figure di maggior spicco dell’episcopato italiano di ieri e di oggi. I dubbi potrebbero essere infondati, i diversi cardinali che si sono susseguiti a Genova potrebbero essere sinceramente all’oscuro delle accuse, o, comunque, potrebbero aver agito, negli anni scorsi, con una superficialità non superiore a quella che accomuna praticamente tutti i vescovi del mondo negli anni passati in un’adeguatezza nei confronti della pedofilia colpevole, sicuramente, ma altrettanto sicuramente in via di superamento. Ora, però, questi dubbi, magari utilizzati in malafede, rischiano di avere un impatto sugli equilibri interni all’episcopato italiano. E, ad esempio, cambiare il gioco di bilanciamento della corsa del cardinale legato al movimento di Comunione e Liberazione Angelo Scola per Milano, scoraggiata, tra gli altri, proprio da Bertone, Tettamanzi e Bagnasco.

C’è poi un ultimo motivo per il quale la brutta storia di don Seppia rappresenta una bomba nella vita della Chiesa italiana. Sinora nessun caso aveva avuto tanta risonanza nel nostro paese. Neppure il caso del prete fiorentino Lelio Cantini, arrestato e ridotto allo stato laicale. Neppure il caso del sacerdote romano Ruggero Conti, di recente condannato in primo grado a diciotto anni dal tribunale di Roma. Ora l’arresto del prete genovese può essere utilizzato dai nemici della Chiesa per screditarla in diatribe meramente politiche. E’ già accaduto, negli anni scorsi. Quando, ad esempio, il Giornale della famiglia Berlusconi ha attaccato il direttore d’allora di Avvenire Dino Boffo per la sua presunta omosessualità; quando lo stesso quotidiano insistette sulla vicenda di padre Evaldo Biasini, soprannominato “don bancomat” per il ruolo svolto negli affari della “cricca” dei grandi appalti; quando Panorama dedicò un lungo servizio al giro dei preti gay di Roma. Articoli di giornale quando fondati quando meno fondati, scritti sicuramente con l’intento di informare, ma capaci anche di indebolire l’immagine pubblica di una Chiesa che aveva osato criticare il Presidente del Consiglio per le sue notti ardenti. Una Chiesa, soprattutto, largamente finanziata dai fondi dell’otto per mille che ogni anno i contribuenti le riservano.

In Cei, dove i dati arrivano tramite il ministero delle Finanze con tre anni di ritardo rispetto alla dichiarazione dei redditi, l’allarme, per quanto riservatamente, è già alto. Si teme che l’affaire pedofilia faccia crollare il gettito, si iniziano a fare i conti con un bilancio decurtato, si ragiona su come rilanciare l’immagine della Chiesa. E il caso di don Seppia certo non aiuta.

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