Arborea, via vai sospetto di ragazze, una nigeriana accusa don Usai

Arborea, via vai sospetto di ragazze, una nigeriana accusa don Usai

Oggi comparirà in tribunale per l’interrogatorio di garanzia don Giovanni Usai, il sacerdote che gestisce la casa per ex detenuti Il Samaritano, arrestato con l’accusa di violenza sessuale e favoreggiamento della prostituzione. Lo accusa una ragazza nigeriana. In cambio avrebbe offerto un posto di lavoro a tempo indeterminato e così la ragazza non avrebbe avuto scelta

di Enrico Carta

ARBOREA. Lo accusa una ragazza nigeriana. È lei che don Giovanni Usai, il sacerdote che gestisce la casa di accoglienza per ex detenuti “Il Samaritano”, avrebbe ricattato costringendola a una prestazione sessuale. In cambio avrebbe offerto un posto di lavoro a tempo indeterminato: in Italia è molto più che pane per un cittadino extracomunitario. E così, di fronte a quella che viene considerata una minaccia, la ragazza non avrebbe avuto scelta.

Tra l’espulsione certa e una vita migliore avrebbe scelto la seconda, accontentando però il sacerdote. Sono le accuse, non le sole, che hanno portato alla misura cautelare – il prete è ai domiciliari in un edificio della Curia – emessa nei giorni scorsi dal giudice per le indagini preliminari Mauro Pusceddu su richiesta del sostituto procuratore Diana Lecca.

Sono le accuse che convincono i carabinieri, che spiegano di aver fatto un accuratissimo lavoro di indagine. Sono le accuse che lasciano più che sgomento il mondo che ruota attorno a don Giovanni Usai. È incredula la Chiesa, sono increduli coloro che sino a due giorni fa lavoravano fianco a fianco con lui nelle campagne di Arborea.

Sono increduli i tanti amici e conoscenti che il sacerdote di 67 anni di Assolo ha in tutta l’isola e che l’hanno conosciuto per la sua instancabile attività in favore dei più deboli.

Eppure da queste accuse – oltre quella di abuso sessuale c’è anche quella di aver permesso che il centro Il Samaritano si trasformasse in una sorta di casa d’appuntamento -, don Giovanni Usai deve difendersi. Lo farà già questa mattina, assieme al cittadino nigeriano Alphonsus Eze (35 anni, arrestato martedì) accusato a sua volta di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, mentre un terzo nigeriano coinvolto nell’inchiesta e la cui identità non viene rivelata è al momento ricercato, perché su di lui pende un ordine di arresto del tribunale di Oristano.

Alle dieci, i primi due saranno in tribunale per l’interrogatorio di garanzia, durante il quale è possibile che don Giovanni Usai risponda alle domande del giudice, anche perché i carabinieri che martedì mattina sono andati a prelevarlo all’aeroporto di Elmas, dove era appena sbarcato, hanno detto che si è dimostrato immediatamente collaborativo.

E le domande e le spiegazioni da fornire saranno tante. I carabinieri del reparto operativo e quelli della stazione di Arborea hanno infatti avuto tempo e modo di raccogliere quelli che definiscono «elementi certi». È infatti dalle prime settimane dell’anno che controllano i movimenti all’interno del centro Il Samaritano, dove il via vai esagerato di persone ha destato più di un sospetto e dato fiato ad una serie di voci alle quali però in pochi davano credito.

E allora sono stati intensificati i controlli e sono stati fatte numerose attività di indagine, sulle quali il colonnello Giuseppe Palma comandante provinciale dei carabinieri e il tenente Claudio Mauti, non hanno fornito particolari dettagli, probabilmente per non scoprire le carte dell’inchiesta. Intercettazioni, appostamenti, probabilmente anche qualche deposizione. Tutto alla fine avrebbe combaciato, sino alla decisione della magistratura di intervenire.

C’era da fermare l’attività di prostituzione che ancora sarebbe andata avanti e che vedrebbe coinvolte sei ragazze nigeriane, ospiti della comunità.

Hanno tra i venti e trent’anni e proprio nelle stanze del Samaritano, nel giardino della struttura e nelle campagne circostanti avrebbero venduto il loro corpo.

«Don Giovanni Usai sapeva e avrebbe lasciato fare. In ogni caso è responsabile anche dal punto di vista penale di quel che accade all’interno della struttura, dove è bene ricordare che ci sono ex detenuti», sostengono i carabinieri. Che hanno anche riportato indietro le lancette e fatto risalire l’origine dei reati al 2005. In tutti questi anni il sacerdote avrebbe taciuto e chiuso tutti e due gli occhi per consentire agli altri due indagati di continuare a pretendere dalle ragazze i soldi pagati dai clienti.

(30 dicembre 2010)

http://lanuovasardegna.gelocal.it/dettagli…on-usai/3066917

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