I dispacci Usa:«Il Vaticano ostacolò l’inchiesta sulla pedofilia in Irlanda»

La replica:«Sono solo opinioni»
GIORDANO STABILE

Un mondo a parte, che agli americani appare «chiuso» e «antiquato», monopolizzato dai prelati italiani che non parlano inglese e con metodi di comunicazione che sono un «disastro». Il ritratto del Vaticano che esce dai cablogrammi dell’ambasciata statunitense è impietoso, spia di un conflitto culturale al suo apice negli anni di Bush ma che non si è ancora sanato, colorito nella descrizione di una curia che fatica a stare al passo con il tempo. Come nell’immagine di Padre Federico Lombardi, il «portavoce» del Papa, «l’unico che usa il Blackberry» ma con poco costrutto, perché «non ha accesso al Pontefice» e soccombe sotto una mole di incarichi eccessivi. Lo stesso Lombardi ha immediatamente ribattuto che i cablo »non possono essere considerati espressione della Santa Sede», sono «opinioni personali» la cui «attendibilità va quindi valutata con riserva e molta prudenza». I dispacci di Wikileaks sono in gran parti firmati da Julieta Valls Noyes, ai vertici della missione diplomatica Usa presso la Santa Sede, che, secondo il quotidiano spagnolo, si avvale come fonte di monsignor Paul Thige, irlandese.

È lui a lamentarsi del fatto che nel cerchio ristretto «sono tutti italiani», ostili ai moderni mezzi di comunicazione, (si parla di «cardinali tecnofobici») e senza un indirizzo e-mail, e a suggerire che ci vorrebbe qualcuno in grado di parlare inglese. Competenza che, secondo la Valls, servirebbe pure al Segretario di Stato Tarcisio Bertone, «uno yes-man» con «uno stile personale che lo porta a occuparsi soltanto di problemi spirituali» e non della «politica estera» e «dei problemi di gestione». Bertone, secondo la ricostruzione della Valls, è anche dietro al rifiuto del Vaticano di collaborare con la commissione sulla pedofilia in Irlanda, una decisione che provoca forti tensioni con l’ambasciatore irlandese alla Santa Sede. Altro episodio gestito malissimo a livello comunicativo, come del resto la riammissione dei lefebvriani nella Chiesa proprio nel momento in cui il loro leader ribadiva il suo negazionismo della Shoah.

Un altro memento «caldo» è il colloquio tra l’ambasciatore britannico Francis Campbell e Benedetto XVI dopo l’invito del Pontefice agli anglicani che non accettavano il sacerdozio femminile a unirsi alla Chiesa cattolica: per Campbell quell’invito «poteva portare a violenza contro i cattolici in Gran Bretagna» e aveva messo l’arcivescovo di Canterbury, Rowan William, «in una situazione impossibile». Ci sono però anche menzioni positive, come quella sul ruolo giocato dalla Santa Sede nella liberazione dei 15 marinai britannici fatti prigionieri in Iran nell’aprile del 2007. O positive con il senno di poi, come i primi cablogrammi del 2001, quando il Vaticano metteva in guardia l’allora presidente Usa George W. Bush dall’attaccare l’Iraq perché «la dittatura laica di Saddam Hussein» sarebbe stata comunque più favorevole ai seicentomila cristiani iracheni di «qualsiasi soluzione» portata da quella «guerra ingiusta», compresa una possibile «dittatura islamica».
Parole profetiche considerato il peggioramento delle condizioni dei cristiani in quel Paese dal 2003 in poi. Sui rapporti con il mondo islamico sono destinate a pesare le rivelazioni che mostrano la forte ostilità papale all’ingresso della Turchia nell’Unione europea.

http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/379502/

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