Il segreto del confessionale. Come i preti assolvono i loro colleghi

Don Porcile e la pedofilia

Don Valentino Porcile, parroco di Sant’Ambrogio di Cornigliano, è un sacerdote della (ridotta) pattuglia dei quarantenni in clergyman nell’arcidiocesi di Genova. E accetta di raccontare le sue percezioni, i suoi dubbi, i suoi problemi di coscienza. «Ho incontrato due religiosi, nella mia vita sacerdotale, che mi hanno detto esplicitamente di avere problemi di pedofilia. Uno in ambito ligure, uno abbastanza lontano, nel corso di un incontro ecumenico avuto a Taizé in Francia quattro o cinque anni fa: era un italiano che veniva dal sud. Ma entrambi mi hanno parlato in confessione. E in questi casi, purtroppo, un prete è impossibilitato ad agire». Eccoli, i drammi della coscienza di un sacerdote. Non è “omertà”, silenzio all’interno di una setta. Ma la confessione comporta un vincolo che, per la Chiesa, è inviolabile. «Nel momento stesso in cui assolvo un penitente – dice monsignor Luigi Noli, decano dei sacerdoti genovesi – io dimentico quello che mi ha detto. Deve essere esattamente come non averlo sentito. Perchè nel sacramento il penitente parla a un ministro di Dio». La motivazione teologica può essere condivisibile o no da chi non crede. Ma quella umana è trasparente: se così non fosse, nessuno racconterebbe i fatti propri a un prete. Quindi spezzare il principio – anche solo per una volta – significherebbe cancellare per sempre l’istituto (il sacramento) della confessione. E però, la quotidianità è diversa. Pone conflitti interiori.

«La situazione di pedofilia è estremamente delicata, al punto che per me, istintivamente, andrebbe considerata fuori da ogni canone – riprende don Valentino – perché in mezzo ci sono dei bambini. Non dico che andrebbe sancita una deroga all’obbligo del silenzio, so che questo è in ogni caso inviolabile. Ma certamente quelle confessioni hanno provocato, dentro di me, una crisi. Mi sono sentito travolto da un senso di impotenza». Come ha agito, concretamente, don Valentino? «Sono situazioni che un prete può gestire solo all’interno della confessione, pastoralmente ho dato l’assoluzione, umanamente ho cercato di consigliare per il meglio. Ho detto che il problema andava affrontato, ho dato la mia disponibilità a parlarne col vescovo competente, a suggerire specialisti che potessero aiutarli. Ho detto: se c’è bisogno rimango a disposizione. Ma purtroppo non c’è stato alcun seguito…».

E il confessore si confessa, racconta il suo animo ferito. «Razionalmente, ti rendi conto che quei penitenti si sono rivolti a te solo come ministro di Dio, per nessun altro motivo ti avrebbero raccontato la loro vita e le loro colpe. Ma sai anche che hai incontrato chi ha una malattia, un persona che potrebbe rifare ciò che ha fatto. E tu non fai nulla per fermarlo». Andare dal suo vescovo sarebbe stata una soluzione? «Avrei potuto farlo – risponde – Ma nemmeno il Papa può dare la dispensa a violare il segreto sacramentale. E allora o fai il nome, ma non puoi. Oppure è tutto inutile». Un parroco dà ascolto a migliaia di anime, affronta l’orrore da tanti punti di vista. E sa che anche le piccole vittime della pedofilia possono sentirsi colpevoli di ciò che hanno subito. «Sì, è difficile ma almeno, in quei casi, c’è una via di uscita. Puoi chiedere a chi hai davanti di liberarti dal segreto che appartiene totalmente a lui: per poterlo aiutare». È successo, racconta, ma – a conferma che l’orrore non è certamente solo in qualche frangia della Chiesa – non c’entravano preti o religiosi o estranei. «Era una ragazzina, avrà avuto undici anni. Mi ha detto: io non riesco a parlarne con la mamma, fallo tu. E io ho dovuto rivelare a quella donna la verità: era il padre ad abusare della piccola…».

viani@ilsecoloxix.it

http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/p/genova/2010/05/29/AMzi7ejD-don_porcile_pedofilia.shtml

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