“Ecco perché non si può processare il Pontefice”

18/5/2010 – LO SCANDALO PEDOFILIA
Il difensore americano: la Santa Sede non è un’azienda
CORRISPONDENTE DA NEW YORK
Papa Benedetto XVI La cooperazione religiosa non è un rapporto di lavoro dipendente»: è attorno a questo principio che ruotano le argomentazioni dell’avvocato difensore del Papa, Jeffrey Lena, che ieri ha depositato presso il Tribunale distrettuale del Kentucky a Louisville le carte legali tese a respingere la richiesta dell’accusa di coinvolgere i vertici del Vaticano nella causa intentata da tre vittime di abusi commessi da preti della diocesi locale.

L’avvocato dell’accusa William McMurry rappresenta le tre vittime James O’Bryan, Donald Poppe e Michael Turner che hanno testimoniato di essere state rispettivamente molestate – in forme e circostanze diverse fra gli anni Cinquanta e Settanta, con alcuni episodi risalenti al 1920 – dai sacerdoti Laurence Kuntz, Arthur Wood e Louis Miller. McMurry ritiene che il Vaticano sia direttamente responsabile di quanto avvenuto in ragione di due motivi: il «chiaro e diretto controllo che esercita sui vescovi» e la «politica di segretezza» contenuta nel «Crimen Sollicitationis» che fu promulgato dal 1962 dalla Santa Sede, durante il pontificato di Giovanni XXIII e venne firmato dal cardinale del Santo Uffizio Alfredo Ottaviani, obbligando ogni sacerdote e non denunciare eventuali abusi in quanto equiparati ai segreti appresi nel confessionale. Se il Tribunale del Kentucky dovesse accettare questa impostazione aprirebbe la strada ad una «class action» delle vittime degli abusi contro il Vaticano simile a quelle che hanno visto le associazioni di consumatori strappare miliardi di risarcimenti ai produttori di tabacco, senza contare la possibilità di chiamare in causa il Papa e i vertici della Santa Sede.

Da qui l’importanza della contromossa della difesa che punta a smantellare entrambe le accuse con dettagliate motivazioni, richiamandosi tanto ai principi del diritto americano quanto ai testi di quello canonico. «Riguardo al presunto rapporto di dipendenza fra la Santa Sede e i vescovi – spiega Lena a “La Stampa” – questo non sussiste» perché ne mancano i presupposti in quanto «la Santa Sede non controlla giorno per giorno l’operato del vescovo, non gli paga lo stipendio nè l’assicurazione sanitaria nè i benefici previdenziali, non gli fa avere gli strumenti con cui lavora, non controlla il suo orario di lavoro» e inoltre «il vescovo può assumere e licenziare chi vuole». Ciò che unisce il Vaticano alla diocesi del Kentucky, come a tutte le altre in America e nel mondo, «non è un rapporto di dipendenza lavorativa ma di cooperazione religiosa».

Di conseguenza l’unico responsabile di quanto avviene nella diocesi è il vescovo e i vertici del Vaticano non possono essere chiamati in causa per quanto avviene sul territorio della diocesi. Se c’è una forma di «controllo» della Santa Sede sulle diocesi questo ha a che vedere con la teologia e il governo della Chiesa e dunque ciò comporta per il tribunale l’impossibilità di addentrarsi nell’esame della dottrina religiosa perché non rientra nei suoi compiti. «Trasformare la relazione fra il papa e i vescovi in un rapporto di lavoro dipendente significherebbe intervenire nelle politiche interne alla Chiesa ma ad impedire un simile intervento da parte di un tribunale civile è il Primo Emendamento della Costituzione americana» sottolinea Lena. Si tratta di una tesi che punta a smontare legalmente la definizione del Vaticano come di una corporation internazionale direttamente responsabile per ogni singola azione di tutti i preti, limitando il rapporto con le diocesi all’ambito esclusivo della fede e non dell’amministrazione. «Ad essere una corporation è piuttosto la diocesi del Kentucky con i suoi oltre 4000 dipendenti e le sue 110 parrocchie» aggiunge Lena, che entra inoltre nei particolari dei tre casi di abusi contestati, ricostruendo come quello nei confronti di Kuntz ha basi di prova molto deboli mentre negli altri due Wood e Miller vennero allontanati dal vescovo dell’epoca a seguito delle denunce fatte, a molti anni di distanza dai fatti contestati.

Riguardo al secondo pilastro dell’accusa, l’avvocato del Papa ribatte facendo ricorso all’analisi del diritto canonico per affermare che «il “Crimen Sollicitationis” non impone affatto il silenzio sulle vicende di presunti abusi ma, anzi, comporta per il vescovo l’obbligo di far prevalere in questi casi la legge civile» collaborando con le inchieste proprio come Papa Benedetto XVI ha più volte chiesto di fare ai sacerdoti negli ultimi mesi. E’ sulla base di queste valutazioni che è stata formulata la richiesta al tribunale di respingere la causa intentata da O’Bryan, Poppe e Turner per «carenza di giurisdizione».

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubr…one=58&sezione=

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