Sarzana, cinquant’anni dopo, una vittima degli abusi racconta il suo calvario

Il seminario della vergogna “Noi, violentati e umiliati”
Sarzana, cinquant’anni dopo, una vittima degli abusi racconta il suo calvario
di Marco Preve

Il seminario della vergogna “Noi, violentati e umiliati”

«Da cinquant´anni mi porto dietro gli incubi. Quel “prefetto” che di notte sollevava le coperte e ci ispezionava fra le gambe, e poi il chierico che mi costrinse, anzi no, perché era molto più subdolo, mi convinse a masturbarmi davanti a lui. Oggi mi sono liberato da questo peso e spero che tanti miei compagni dell´epoca trovino lo stesso coraggio».
Il sole caldo di fine aprile batte sulla terrazza di una bella villetta con giardino nei dintorni di La Spezia, però i racconti del padrone di casa mettono freddo.
Antonio, è un nome di fantasia, oggi è un 64enne in pensione dopo una vita piena e felice dal punto di vista affettivo ed economico. A tormentarlo c´erano solo i ricordi di quei due anni, a cavallo del 1960, trascorsi nel seminario di Sarzana.
«Pensi che, a parte la mia seconda moglie, di queste cose non ho parlato neppure con i miei figli. Me ne vergognavo. Però negli ultimi mesi, il moltiplicarsi delle notizie sui casi di pedofilia nella chiesa mi ha sconvolto e allo steso tempo dato la forza per provare a chiudere quel capitolo».
Antonio così ha scritto una lettera al vescovo di La Spezia e un paio di mesi fa l´ha consegnata direttamente nelle mani del vicario, don Pier Carlo Medinelli. Due pagine per un salto nel tempo di 50 anni.
«Oggi queste sono zone ricche ma all´epoca si faceva la fame. Io avevo un padre balordo e mia madre, credendo che sarei andato a star meglio, nel 1959 mi fece entrare in seminario. Ero uno dei piccoli, quelli delle medie, poi c´erano i liceali e gli studenti di teologia. Il primo anno trascorse senza approcci diretti. C´era però un prefetto, don F., che di notte girava nelle camerate, ci sollevava le coperte e guardava o toccava fra le gambe. Ricordo con ansia alcune volte che mi capitò ed ero sveglio. Stavamo tutti in silenzio per la paura». L´anno successivo il trauma.
«Ero in infermeria per un influenza e fu lì che conobbi il chierico, don M., oggi lo chiamo il “mostro”, che poi era un chierico mai diventato sacerdote. Sapeva scegliere i bimbi più belli e sensibili, dai ribelli si teneva alla larga. Iniziò con carezze e discorsi sulla sessualità».
Don Mostro si guadagnò la fiducia delle famiglie.
«Veniva a prendermi a casa e mia madre era contenta. Aveva una Fiat Topolino e mi portava a Livorno, al mercatino americano. Nella pineta di Viareggio provò ad avere dei rapporti completi ma io rifiutai. Mi costrinse invece a masturbarmi alcune volte. Ma ad altri ragazzi del seminario andò molto peggio. Lo incontrai anche dopo che io uscii dal seminario. Ero andato in visita da mio fratello più piccolo al collegio dei Cerri, una frazione di Arcola, e me lo ritrovai davanti come sorvegliante».
Una vita dopo, gli abusi e le molestie appaiono ancora più gravi perché legati ad un´aggravante sociale. «C´è una cosa che oggi mi fa ancora più male e che da bambino non potevo capire. Lì dentro eravamo tutti poveri. Eravamo figli di famiglie che sopravvivevano a fatica e allora approfittare di questa condizione di inferiorità è ancora più da vigliacchi».
Antonio lasciò il seminario alla fine della terza media. «Mi ero rotto una gamba durante una gita in montagna sull´Appennino. Non mi portarono neppure in ospedale e ricordo che zoppicai a lungo. Un altro prefetto, don C., mi prendeva in giro di fronte ad altri compagni che erano i suoi “cocchi”. Un atteggiamento al limite del sadismo che subii un´altra volta. Eravamo in estate nelle Langhe. Durante la cena parlai con un tono ritenuto troppo alto e dovetti trascorrere tutta la notte all´aperto, in ginocchio».
L´incontro si conclude con una passeggiata a Sarzana. Attraversiamo piazza don Dino Ricchetti, un sacerdote molto noto a Sarzana anche per via della deportazione nei campi di lavoro nazisti. Ma don Ricchetti fu anche rettore del seminario dal 1955 al 1965: «Non voglio accusare chi non può più difendersi – dice Antonio – ma mi pare strano che lui non avesse almeno dei sospetti». Antonio spiega di essere sempre rimasto un credente, e di aver compiuto questo passo per «smettere di vergognarmi di episodi di cui io ero la vittima».

http://genova.repubblica.it/cronaca/2010/05/04/news/il_seminario_della_vergogna_noi_violentati_e_umiliati-3804008/

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