Claps/ Don Mimì, nella SS. Trinità per 48 anni, sapeva del corpo?

Don Domenico Sabia è stato il parroco della chiesa della Santissima Trinità, nel centro storico di Potenza, per 48 anni: dal 1962 quando subentrò a don Vincenzo D’Elia, al 10 marzo 2008 quando morì ultraottantenne. Era alla guida della Trinità anche quando Elisa Claps, il 12 settembre 1993, scomparve, per essere ritrovata 16 anni e mezzo più tardi, ormai resti di un corpo mummificato, proprio in un’intercapedine del sottotetto della chiesa, tra il campanile e la canonica. Inevitabile è stato, dopo il ritrovamento del cadavere, chiedersi se il prete fosse stato a conoscenza del delitto e da giovedì 17 marzo le domande che la gente si pone sono sempre le stesse: “Com’è possibile che non si fosse accorto di nulla per quasi 17 anni? Lui che della chiesa conosceva ogni banco e ogni candela, che sapeva cosa c’era dietro ogni porta, come ha potuto non accorgersi di quel corpo nascosto tra il sottotetto della chiesa e quello della sua casa?”. Don Mimì, così lo chiamavano in città, era il secondogenito di otto fratelli discendenti da una famiglia di Avigliano (Potenza). Studiò filosofia a Salerno e teologia all’università Lateranense di Roma. Seguì la gioventù dell’Azione cattolica per sei anni e dopo l’ordinazione sacerdotale subentrò a don D’Elia, di cui era vice, diventando parroco della Santissima Trinità: la chiesa della “Potenza bene”. E’ tra le sue mura, infatti, che si è formata l’attuale classe dirigente del capoluogo lucano. Fu molto attivo anche dal punto di vista culturale pubblicando diversi libri sul significato profondo della fede. Ed era molto vicino ai giovani: è nei locali della chiesa, infatti, che nel 1969 nasce per suo volere il centro culturale “J. H. Newman”, espressione della gioventù studentesca cittadina degli anni Cinquanta e Sessanta. I suoi parrocchiani lo ricordano come una persona dall’aria burbera e dalla precisione quasi maniacale. Si racconta infatti che prima di cominciare l’omelia, durante la messa, appoggiava l’orologio sul leggio per cronometrarne la durata che non oltrepassava mai gli otto minuti. Poi la scomparsa dell’allora sedicenne Elisa scuote la tranquillità del mondo che ruotava intorno alla Trinità. E’ davanti alla chiesa di via Pretoria che la studentessa fu vista in vita per l’ultima volta ed è lì che la ragazza aveva appuntamento con Danilo Restivo, allora ventunenne, ad oggi il maggiore sospettato della scomparsa. Durante il processo a Restivo (che non fu condannato per l’omicidio ma solo per false dichiarazioni, ndr.), don Mimì pronunciò solo poche parole e, ricorda chi ha assistito, “in maniera fredda e distaccata”. Non un accenno al vicolo adiacente alla chiesa dove la ragazza, secondo le ricostruzioni, incontrò Restivo, né un riferimento ai luoghi meno accessibili dell’edificio di culto. Quando i magistrati gli chiesero cosa avesse fatto il 12 settembre 1993, don Mimì rispose che quel giorno non era a Potenza e che si era recato a Fiuggi per una cura termale. Le ricerche degli investigatori confermarono quanto detto dal parroco ma dimostrarono anche che egli partì in pullman per Fiuggi alle tre del pomeriggio. In chiesa, quindi, col prete assente, chiunque avrebbe potuto occultare il cadavere di Elisa. Se don Mimì fosse stato a conoscenza o meno del delitto, è un segreto che ha portato con sé nella tomba.

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