Prete pedofilo, dopo la condanna la Chiesa fa il suo processo segreto

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Prete pedofilo, dopo la condanna la Chiesa fa il suo processo segreto

Repubblica — 09 marzo 2010 pagina 7 sezione: BOLOGNA
DON Massimo Mingardi è una lastra di marmo: «Non le confermo neppure che quel procedimento esista». L’ operazione-trasparenza che dall’ Irlanda a Ratisbona sembra investire la Chiesa alle prese con gli scandali dei preti pedofili, a Bologna si fa invece opaca come un muro di no-comment. «I procedimenti disciplinari sono riservati e non ne parliamo certo con i giornalisti», resiste cortesemente il giudice istruttore in tonaca. Un’ istruttoria del Tribunale Ecclesiastico Diocesano, come Repubblica è in grado di dimostrare, è effettivamente stata avviata a carico dell’ ex parroco di un paesino del ferrarese che nella primavera 2008 fu condannato in primo grado a 6 anni e 10 mesi per molestie sessuali ai danni di dieci bambine (dai tre ai sei anni) che frequentavano l’ asilo parrocchiale da lui diretto. Di certo quel processo parallelo era in corso nell’ aprilemaggio del 2009, quando furono convocate al seminario di Villa Revedin le ex insegnanti di quell’ asilo, che avevano già testimoniato contro il sacerdote. Quel che non è dato sapere, dunque, è se il procedimento si sia chiuso, e soprattutto in che modo. Le dichiarazioni di alti prelati vaticani e del pontefice sulla “tolleranza zero” nei confronti dei sacerdoti pedofili si moltiplicano, assieme all’ indicazione di lasciar libero corso alla giustizia dello Stato. Ma a Bologna si procede ancora secondo tradizione: rifacendo le bucce al processo ordinario, nel segreto e in silenzio. «Mi hanno interrogata per cinque ore», racconta a Repubblica una delle maestre “riconvocate” dai giudici diocesani. Una sua collega s’ è rifiutata, «io invece aspettavo da anni questo momento. Ho confermato tutto, ma loro insistevano a chiedermi se ero davvero sicura, dicevano “sia sincera, siamo soli”, me l’ hanno fatto giurare sul Vangelo; ho avuto l’ impressione che cercassero elementi per scagionare il prete, allora sono scattata: per questa vicenda ho perso il lavoro e la tranquillità, secondo voi avrei mentito per divertimento?». La giustizia in tonaca ha le sue sanzioni, che in casi così gravi possono arrivare alla riduzione allo stato laicale. Ma il sacerdote dello scandalo risulta tuttora assegnato al presbiterio di un’ altra parrocchia della diocesi, dove a quanto pare dice messa. Dunque le ipotesi sono solo due: o il procedimento religioso non è ancora terminato; o il sacerdote è stato ritenuto non responsabile delle accuse per le quali invece la giustizia “laica” lo ha condannato. Diversi indizi autorizzano a pensare che la seconda ipotesi sia probabile o imminente, cioè che in via Altabella prevalga ormai l’ opinione che il sacerdote sia stato condannato ingiustamente: il silenzio assoluto di fronte alla richiesta dell’ avvocato di alcune delle famiglie, che un mese fa invitò l’ arcivescovo Carlo Caffarra a farsi carico, benché non sia legalmente tenuto a farlo, dei 28 mila euro di risarcimenti alle famiglie, disposti dal giudice ma che il prete non potrà mai pagare; e anche il silenzio assoluto che dura da almeno cinque anni nei confronti delle famiglie delle piccole vittime, prima e dopo il processo: neanche una parola di comprensione per il loro dramma, per non dire di scuse. Inoltre la difesa del sacerdote, in appello, è stata assunta dallo stesso studio legale, quello dell’ avvocato Giuseppe Coliva, che è anche ufficialmente il consulente legale della Curia stessa. Chi pagherà la parcella di uno dei più rinomati professionisti del foro cittadino, visto che il sacerdote è nullatenente? Se fosse proprio la Curia, vorrebbe dire cheè stata fatta una scelta precisa: i soldi per difendere il sacerdote ci sono, per risarcire le famiglie no. L’ intreccio diventa quasi sovrapposizione quando, scrivendoci a nome della Curia, l’ avvocato Coliva ricorda che contro la sentenza di primo grado è stato opposto «tempestivo e motivato atto d’ appello», sottolinea le «incongruenze del primo giudicato e la nebulosità delle prove che lo supportano» e conclude che «il tribunale offre una non corretta e suggestiva lettura dei fatti», schierando così di fatto la Chiesa contro la verità giudiziaria finora raggiunta. Dunque, oltre la cortina di silenzio, sembra emergere nella Chiesa bolognese una posizione innocentista su quel caso rimasto a lungo fuori dai riflettori. Potrebbe essere, certo, solo l’ estrema prudenza che deriva dal bruciante ricordo di un precedente di alcuni anni fa: quello di don Giorgio Govoni, sacerdote della Bassa modenese condannato in primo grado per pedofilia, morto d’ infarto prima dell’ appello che lo avrebbe probabilmente assolto come fu per altri coimputati. Ma la Curia non potrebbe invece essere in possesso di elementi inediti, di prove a discarico ignote ai giudici “laici” perché emerse solo nel suo processo segreto? Anche a questa domanda non abbiamo ricevuto risposte ufficiali da via Altabella. Ma se fosse così, perché la Curia non difende apertamente e subito l’ onore del suo anziano sacerdote, su cui grava il peso una condanna che potrebbe essere riformata solo fra due anni (l’ appello è fissato per la primavera 2012)

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