Giallo sulle dichiarazioni di mons. Oliveri “E’ innocente”. Subito dopo: “Mai detto”

La Stampa pag. 55
“Il vescovo e don Lu abbraccio in carcere e poi l'”assoluzione””

[FIRMA]MARCO NEIROTTI
INVIATO AD ALASSIO
Sembrava una sentenza: «In carcere c’è un innocente». Il vescovo di Albenga-Imperia, monsignor Mario Oliveri, è stato infine autorizzato a incontrare, nel carcere di Valle Armea a Sanremo, don Luciano Massaferro, il parroco accusato di molestie a una bambina di undici anni. L’abbraccio e la commozione, così come il dialogo, rimangono privati. Ma appena il religioso è uscito al mondo libero una dichiarazione lapidaria è volata anche per canali ufficiali: «Don Luciano è innocente».
Poco prima delle otto di sera, l’Ufficio Comunicazioni sociali della Diocesi ha precisato che mons. Oliveri «stupito da quanto riportato dalle agenzie di informazione, afferma di non aver rilasciato dichiarazioni». Ma la breve nota, questa ufficiale, ribadisce «afflizione e stupore di fronte a una accusa che per chi conosce Don Luciano appare inverosimile».
Monsignor Oliveri domenica ha incontrato don Lu e ieri il cardinal Bagnasco. La Chiesa si è sempre schierata accanto al parroco, con solidarietà e affetto, ma senza ingerenze, anzi auspicando il «lavoro sereno e veloce» della magistratura. Una presa di posizione così drastica – «un innocente in carcere» – una sentenza anticipata si poteva sentir stonata. Ma è smentita. E tutto passa per i mass media. Curioso è che il vociare di questa vicenda dolorosa per tutti sia una continua accusa verso un processo mediatico e di piazza il quale, più voyeristico e pruriginoso che legale, in effetti esiste, perché nessuno riesce a trattenersi in attesa dei passi giudiziari. Il vescovo, per fortuna, smentisce di aver anticipato la Verità. Ma il presidente di Federvita, Eraldo Ciangherotti, anticipa pure lui, sempre in buona fede però con una bella dose di pessimismo: la magistratura si sente sconfitta e sbugiardata e deve in qualche modo «stemperare e diluire l’approssimazione della questione», quindi annuncia ai giornalisti un quasi inevitabile rinvio a giudizio del sacerdote.
Si vuol silenzio, si accusano i mass media di chiasso e lo si fa con dichiarazioni diffuse attraverso quei media che dovrebbero tacere e quindi non riportare proclami e anticipi di passi comunque dolorosi negli uffici della legge. Ma un silenzio, a dire il vero, c’è. L’unica che ha parlato prima quasi per caso, poi perché entrata in un ingranaggio, e poi si è svaporata anche nella sua città, è la bambina. I magistrati e i consulenti studiano il computer della contesa e analizzano parole e gesti e pieghe del viso di lei durante l’audizione protetta. I difensori in toga esaminano pure loro quel colloquio sospeso alla delicatezza eppure così concreto.
Ma la piccola – forse candidamente sincera, forse sinceramente fantasiosa – si ritrova tagliata fuori dalla vita di prima, qualunque sia la sua sorte di accusatrice spaccata in due: credibile al massimo, anzi confermata dal difendersi del religioso, oppure tutta inaffidabile e priva di una memoria reale secondo gli avvocati.
Per intanto, già spaccata una prima volta – e adesso per certo «usata» – la bambina è anche spaccata da una sorte collaterale: estromessa da una parte della sua vita, quella della parrocchia, quella della naturalezza quando si entra, si vive, si esce da scuola. All’oratorio non ci può andare più, anche perché «bontà» dice che sarebbe per forza «ghettizzata», in classe la guardano come «quella del prete». Sta zitta e in disparte. E confusa o meno che sia sui giorni di fine 2009, ha di certo coscienza del tritacarne in cui si ritrova.
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