“La curia di Bologna ci ha abbandonati”

Data: 09/02/2010
Cinzia Gubbini
«Deplorazione» e «condanna». Le chiede – e le assicura – il Papa nei confronti dei preti che «violano i diritti dei minori». Ma nella pratica può accadere l’esatto contrario. Succede ad esempio a Ferrara dove quasi due anni fa un parroco che gestiva un asilo è stato condannato a sei anni e dieci mesi per aver commesso reiterati delitti di pedofilia su decine di piccole alunne. Ma da allora né dal parroco, né dalla curia di Bologna è mai arrivato nulla alle famiglie delle vittime: né dal punto di vista spirituale – per esempio, conforto – né da un punto di vista materiale. Eppure il prete (di cui non è mai stato reso noto il nome, come anche è rimasto anonimo il comune dell’alto ferrarese in cui avvennero i fatti, nel rispetto della privacy delle bambine) è stato condannato dal tribunale a pagare una provvisionale immediatamente esecutiva: un riconoscimento iniziale, in attesa del terzo grado di giudizio e, qualora fosse confermata la condanna, della causa civile per i risarcimenti. Per ora il prete dovrebbe versare alle famiglie circa 28 mila euro: si tratta di poco più di 3 mila euro a nucleo famigliare. Ma dal giorno della condanna il parroco non ha versato nulla. A quanto sembra non ha soldi sufficienti, cosa che può capitare nel caso di preti che vivono davvero soltanto del loro lavoro parrocchiale. Ci si aspetterebbe, però, che nello spirito di unità e fratellanza della Chiesa in un caso del genere siano i più alti in grado a intervenire. Che le alte sfere battano quanto meno un colpo. Macché, silenzio totale. Tanto da convincere uno degli avvocati di parte civile, Claudia Colombo, a prendere carta e penna e a scrivere al cardinale di Bologna Carlo Caffarra. Lo spunto viene da una recente inaugurazione di un asilo cattolico a Cento, paesino in provincia di Ferrara. In quell’occasione il cardinale ha ringraziato i genitori «per aver dimostrato tanta fiducia nei confronti della Chiesa affidandole i propri figli». «E’ stato evidente il suo richiamo – scrive Colombo – alla Carta formativa della scuola cattolica dell’infanzia, di cui lei stesso è stato estensore e promotore nel settembre del 2009». Un documento, fa notare l’avvocato, in cui tra le altre cose si riconosce esplicitamente come «la scuola cattolica richieda una stretta connessione con la chiesa locale e con la diocesi». Insomma, ciò che accade in una scuola cattolica nel bene e nel male dovrebbe essere considerata una diretta responsabilità dal potere centrale: «Il meno che ci si sarebbe potuti attendere – continua Colombo – era un segno tangibile di partecipazione per il completo fallimento di quel patto». E’ vero, riconosce l’avvocato, sul piano giudiziario non c’è da attendersi alcun intervento visto che la curia si era opposta «fieramente» alla chiamata in causa come parte civile e i suoi avvocati l’avevano avuta vinta. Ma è «sul piano pastorale che ha mancato a una obbligazione per lei ancora più cogente di quella strettamente giuridica».
«Non sono abituata a questi gesti – spiega l’avvocato Colombo dal suo studio di Ferrara – ma in questo caso sento la necessità di aprire un dibattito: si tratta di fatti molto gravi e dolorosi, avvenuti in un contesto che dovrebbe essere di assoluta protezione, ma come è possibile che di fronte a un episodio così aberrante se il diretto responsabile non ha disponibilità economiche allora nessuno paga?». E non si tratta solo di soldi, come tiene a ribadire l’avvocato: alle famiglie non è arrivata neanche una lettera o un qualsiasi segno di scusa e vicinanza.
L’atteggiamento della curia di Bologna stupisce fino a un certo punto. Perché in tutta questa vicenda, che ha poco interessato le cronache nazionali, il comportamento della chiesa non ha brillato. I giudici non hanno mancato di sottolinearlo nella motivazione della sentenza, chiamando in causa il comportamento delle gerarchie ecclesiali: hanno fatto di tutto per mettere a tacere una vicenda di cui conoscevano precisamente i contorni. Tanto da parlare di «muro di gomma delle autorità ecclesiali». In particolare nel corso del processo è emerso il ruolo di monsignor Ernesto Vecchi, il «vice» di Caffarra, a cui si rivolse una delle educatrici per denunciare i comportamenti del prete. Per tutta risposta inveì contro di lei ricordandole che «ero pagata da loro», come ha testimoniato la donna in aula. Vecchi è ancora al suo posto. Il parroco condannato non ha fatto un giorno di galera. La curia, almeno, potrebbe mettere mano al portafogli.

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