Per le foto pedofile l’ex parroco sospeso chiede di patteggiare

Alto Adige — 27 giugno 2009 pagina 31 sezione: PROVINCIA
BOLZANO. Don Peter Gschnitzer, l’ex parroco di Castelbello di 56 anni, inquisito dalla magistratura per detenzione di materiale pedopornografico sul proprio computer, ha chiesto di patteggiare una condanna ad un anno e 4 mesi di reclusione. I risultati della perizia web non avrebbero lasciato spazio di manovra alla difesa (avvocati Alberto Valenti e Nicola Nettis) che dunque hanno deciso, nell’interesse del proprio assistito, di avanzare la proposta di una condanna «indolore» sotto il profilo della sanzione penale. Sarà il giudice delle indagini preliminari, a questo punto, a decidere se la proprosta di condanna patteggiata sia sufficientemente congrua rispetto alla gravità dei fatti. Ricordiamo che il sacerdote è già sospeso da tempo da ogni incarico religioso e si trova attualmente in cura a seguito di una pesante depressione. Anche per questo gli avvocati difensori hanno deciso di evitare all’indagato lo stress di un processo pubblico. L’odiosa vicenda risale allo scorso settembre, quando i carabinieri avevano bussato alla casa parrocchiale di Castelbello Ciardes in Venosta con un mandato di perquisizione. In canonica, durante quel controllo, erano stati scoperti album fotografici contenenti foto oscene con protagonisti minorenni. Precedentemente, analoghe immagini erano state scoperte nella memoria del computer del religioso. La brutta storia, infatti, aveva preso il via in maniera quali casuale: il parroco si era rivolto ad un negozio di riparazione di materiale elettronico in quanto il suo computer non funzionava. Il tecnico che vi aveva messo le mani, non senza sconcerto, aveva notato le cartelle di file con catalogate foto oscene di minori, che avevano evidenziato le devianze segrete del prete, ed aveva avvertito i carabinieri. Evidentemente, il parroco non aveva messo in preventivo il fatto che le foto conservate nella memoria del pc potessero essere notate. I successivi interventi tecnici hanno permesso di appurare che le foto custodite nella memoria del computer sarebbero state ottenute con collegamento internet con un sito della Russia. Più che l’acquisizione di foto, si trattava di una sorta di «file sharing» con scambio di immagini pedo pornografiche: il tutto utilizzando una password personale di accesso.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/ar…M2PO_AM201.html

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