PEDOFILIA, UGENTO: LE INDAGINI SU DON STEFANO ROCCA

Giuseppe Basile, consigliere provinciale dell’Italia dei Valori, viene ucciso il 15 giugno 2008 a Ugento (Lecce). Il prete di Ugento don Stefano Rocca si spende molto meditaticamente, invitando chi sa a denunciare gli assassini del politico. Dopo più di un anno, nel novembre 2009, vengono arrestati i presunti assassini. Il movente pare essere di natura personale e non politico come ipotizzato in un primo tempo. Nel frattempo, nel settembre 2009 don Rocca era stato trasferito da Ugento. Un testimone spiega l’attività di don Rocca nelle fasi successive all’omicidio di Basile, come precostituita a trovare un alibi per far passare il suo trasferimento per abusi sessuali come conseguenza della sua attività di indagine e denuncia sul caso.(fonte)

Il delitto del politico di Tonino: spunta la pedofilia

fonte: http://www.ilgiornale.it/interni/il_delitt…ge=1-comments=1

di Gian Marco Chiocci nostro inviato a Ugento (Lecce)

L’ombra tetra della pedofilia si allunga sull’omicidio di Giuseppe Basile, il consigliere provinciale leccese dell’Italia dei Valori scannato a coltellate, sull’uscio di casa, una calda notte d’estate del giugno 2008. A forza di dare la caccia agli assassini la procura locale è finita a investigare con grandissima cautela su presunti abusi sessuali commessi all’oratorio del comune di Ugento, dove Peppino Basile viveva e dov’è parroco don Stefano Rocca, amico dell’esponente Idv. Il quale, all’indomani dell’omicidio, s’era fatto rumorosamente portatore di istanze di verità insieme agli esponenti dell’Idv sull’omertà diffusa e sulla pista «politica» del delitto che hanno scatenato il finimondo.

Sia il prete che i seguaci di Tonino poi hanno abbandonato la scena non appena le indagini si sono chiuse con l’arresto dei vicini di casa riaprendosi con le testimonianze dei ragazzi presumibilmente molestati. Per capire a che livello di squallore siamo arrivati occorre rimettere le lancette dell’orologio all’1.35 del 14 giugno di due anni fa. Il consigliere dell’Idv è al volante di una Panda nella periferia di Ugento, imbocca via Nizza, percorre 200 metri e parcheggia sotto l’abitazione. Qui, nel buio pesto illuminato da un unico lampione, trova ad attenderlo la morte. Qualcuno gli si avventa contro e gli squarcia il torace con 22 coltellate.

L’esecuzione è scomposta, rabbiosa, niente a che vedere con le modalità della criminalità organizzata che peraltro in quest’angolo di Salento attecchisce poco. Nonostante ciò, a cadavere ancora caldo, con Antonio Di Pietro sceso per i funerali celebrati da don Stefano, l’Italia dei Valori comincia a dire che Peppino è stato ammazzato per le sue coraggiose battaglie contro il malaffare locale rappresentato dai politici di centrodestra, come il povero sindaco Eugenio Ozza, che non avrebbe difeso abbastanza don Stefano assurto a prete-investigatore perché destinatario di lettere anonime e confidenze sugli assassini ricevute nel confessionale (sic!). Fatto sta che con l’inesorabile trascorrere del tempo, con le indagini apparentemente in stallo, l’Idv sui giornali e il religioso in chiesa, alzano i toni dello scontro.

Manifestazioni, fiaccolate, volantini, pièce teatrali, sit-in di comitati spontanei, premi alla memoria. Addirittura un’interpellanza parlamentare per chiedere di fare luce su chi avesse vergato con lo spray una brutta frase contro Basile, sbiadita dal tempo, su una parete del centro storico. Un’altra per sapere se fosse vero che il sottosegretario Mantovano (che è di Lecce) avesse fatto pressioni per ammansire gli inquirenti sulla pista che portava a un giovane di An interrogato per sei ore in quella questura «dove presta servizio – raccontano oggi gli arrabbiatissimi militanti del Pdl della zona – Gianfranco Coppola, eletto proprio qui a Ugento con l’Idv». Il parlamentare Pierfelice Zazzera, coordinatore regionale del partito del gabbiano, sollecitò addirittura un’ispezione al ministro Alfano poiché più si andava avanti e più gli inquirenti brancolavano nel buio. A un anno dal delitto, al Corriere del Mezzogiorno, lo stesso Di Pietro senza alcuna cautela diceva che era «un delitto che parla» e che Basile «è stato certamente ucciso per quello che stava facendo in politica».

Che poi è quanto ritroviamo trascritto da Tonino nella prefazione di un libro, «Il Sistema», che sin dalla copertina indica ai lettori la strada di verità che si vuole percorrere: «L’intreccio di interessi economici-politici all’ombra dell’omicidio di Peppino Basile». E don Stefano? In parallelo conduceva incessantemente una battaglia. Appena poteva, attaccava i fedeli omertosi. Un giorno rivelò che i concittadini lo pedinavano dentro e fuori l’oratorio e che il suo era un «impegno politico», contro il “Sistema”, e che la “mafia” che ti impedisce di parlare stava dietro all’omicidio dell’amico. Battibeccava sempre più spesso col sindaco che invece di porger l’altra guancia gli rispondeva per le rime «che a Ugento la mafia non c’è» e che se proprio voleva fare politica che si spogliasse dell’abito del Signore e si confrontasse con lui in consiglio comunale.

La buonanima del vescovo, monsignor Vito De Grisantis, ha provato a far da paciere fra il Peppone ex missino e il don Camillo del Salento. I risultati sono stati penosi. Fino a quando la tranquilla Ugento, divenuta Corleone, la mattina del 20 novembre 2009 si sveglia con i tg locali impazziti: «Per l’omicidio di Giuseppe Basile arrestati due vicini di casa. Il delitto sarebbe maturato per una lite aggravata da vecchi rancori». Proprio così. In cella finiscono i dirimpettai Vittorio Colitti, 66 anni, e il nipote Vittorio, all’epoca dei fatti minorenne. Dai verbali allegati al fascicolo si scopre che c’è una supertestimone.

Ha 7 anni ed ha assistito in diretta all’omicidio perché alle prime grida d’aiuto di Peppino s’è affacciata alla finestra che dà su via Nizza. Se non ha parlato prima è perché la nonna s’era raccomandata di non dire niente a nessuno. Ma una volta messa dolcemente alle strette da una psicoterapeuta e dalla pm dei minori Simona Filoni, alla fine se la canta. E seppur con qualche imprecisione nei ricordi, la ragazzina alla fine indica senza indugi che quello che in strada era «di fronte a Peppino», era «il nonno di Luca» che è «vecchio, grosso, con la pancia» e dava «le botte» con un coltello. Mentre l’altro, «teneva soltanto fermo il signore, di lato, per la vita (…). Quando mi sono affacciata c’era il fratello di Luca (…)».

La posizione dei due indagati si aggrava ulteriormente quando si viene a sapere che don Stefano, preso a verbale il 16 marzo 2009, aveva rimarcato come la signora Antonia, moglie del presunto assassino, «che fino al giorno dell’omicidio frequentava assiduamente la parrocchia» dopo il delitto aveva avuto un atteggiamento ostile nei suoi confronti. «Quando ci parlai – racconta don Stefano – mi accolse freddamente chiedendomi se avevo ancora intenzione di interessarmi della morte del loro vicino. Aggiungo che anche il nipote nel corso degli ultimi mesi non frequentava più l’oratorio». Frasi ambigue, secondo la comunità di Ugento che reputa innocenti i due Coliti tanto da cooptare per le indagini difensive l’ex colonnello del Ris, Luciano Garofano.

Frasi che per molti somigliano a una imbeccata ai carabinieri e che si aggiungono a quelle di Rappon Sarika, un’amica di Basile, che a verbale ha riferito che Peppino le disse dei rancori coi vicini «che gli rompevano i coglioni», che «lo spiavano quando rientrava», con i quali aveva avuto diverbi, e che nutrivano del risentimento, forse, perché «in giro si vociferava che lui aveva avuto una relazione sentimentale con la vicina di casa (…) e che il ragazzo vicino di casa lo aveva infastidito più volte». Aggiunse che se gli fosse successo qualcosa «sarei dovuta andare da don Stefano a cui lui aveva riferito ogni cosa».

Un dato è certo: dall’arresto dei vicini di casa, il prete che sapeva dei vicini e che la menava sull’omertà del paese, smise di fare baccano. E con lui i pasdaran locali dell’Idv. Don Stefano ricominciò a parlare quando si seppe che la procura, sulla scia dell’inchiesta dell’omicidio Basile, indagava su presunte molestie a minori nell’oratorio da lui diretto e che Peppino frequentava in quanto sostenitore della squadra di calcetto. Squadra dove giocava sia il minorenne arrestato, sia un testimone dei presunti abusi. Così il prete finisce indagato per molestie, mentre per l’inchiesta-madre sulle 22 coltellate, oltre ai presunti assassini, sono indagati i genitori del giovane arrestato (che è già stato rinviato a giudizio, ndr) e l’amico che inizialmente gli fornì l’alibi. Nel nuovo fascicolo sono confluite numerose testimonianze di minori, oltre a una catechista, che avrebbero confermato le molestie e che avrebbero anche fatto cenno al misterioso suicidio di un ragazzino. Versioni delicate, ovviamente tutte da verificare.

Quale sia la correlazione fra l’inchiesta sul delitto e quella sugli abusi sessuali non si sa. Un raccordo gli inquirenti lo ravvisano certamente nell’omertà di un piccolo centro dove anche solo l’idea di un “giro” di pedofili è respinta con sdegno e paura. Fatto sta che ai ragazzini interrogati si continuano a porre domande sul più giovane dei presunti assassini che, per inciso, si continua a professare innocente. Nel frattempo continuano ad arrivare in procura lettere anonime che accusano il religioso e che suggeriscono ai magistrati dove, e a chi, chiedere informazioni sulle presunte attenzioni riservate a ragazzini di Ugento.

Ad avvelenare il clima concorrono in coda due fattori: l’improvviso trasferimento a Caltanissetta della pm che ha risolto il caso e che taluni, forse, avrebbero preferito tenere aperto per inseguire i mandanti-fantasma dell’affarismo politico. E le parole di fuoco di Cataldo Motta, procuratore capo di Lecce, che su don Stefano ha detto chiaro e tondo: «Ha fatto credere di sapere cose che in realtà non sapeva». Perché l’abbia fatto non si capisce. «Credo che tutta la sua condotta sia stata finalizzata a precostituirsi un alibi (…) – attacca un supertestimone a verbale -. Riguardo alla condotta tenuta prima e dopo il delitto ritengo che lui abbia agito così perché (omissis) avrebbe poi potuto gridare ai quattro venti che era stato mandato via da Ugento per le sue campagne a favore della giustizia e della verità nel delitto Basile».

E ancora. Un altro ragazzo s’è ricordato di come «nel 2003 non correva buon sangue fra Basile e don Stefano. Il sacerdote non perdeva occasione di punzecchiarlo. Attribuivo le battute alla vita sregolata che conduceva Basile e, di conseguenza, pensavo che don Stefano lo criticasse proprio per questo. Però rimasi colpito una volta in cui Basile, mentre stava lavorando, aggredì verbalmente don Stefano». Cosa gli disse? «Togliti quell’abito che ti confesso io”…».

Ugento, abusi nell’oratorio? Verità negli omissis

UGENTO – C’è un’inchiesta sulle presunte molestie avvenute nell’oratorio. Il fascicolo è sul tavolo del sostituto procuratore Stefania Mininni. Ed è stato aperto sulla scorta delle dichiarazioni rese da alcuni giovani sentiti dagli inquirenti nell’ambito delle indagini sull’omicidio di Peppino Basile. Nel fascicolo sono confluite anche le lettere riguardanti don Stefano Rocca, nelle quali sono contenute accuse nei confronti del sacerdote, tirato in ballo per aver riservato «attenzioni particolari » nei confronti di alcuni ragazzi.

Una raffica di omissis copre il contenuto dei verbali che sono stati tirati fuori dalla Procura dei minorenni dopo la richiesta di giudizio immediato per Colitti junior, accusato di aver ucciso Peppino Basile insieme con il nonno. Omissis che «trattengono» verità non ancora consacrate dalle prove. I verbali contengono le dichiarazioni di giovani che hanno frequentato l’oratorio della parrocchia di San Giovanni Bosco di Ugento come responsabili dell’Azione Cattolica, come animatori del gruppo scout, come catechisti.

Sono stati ascoltati alla fine del mese di gennaio dal sostituto Simona Filoni della Procura presso il Tribunale dei min orenni. Fra i verbali «sdoganati» dalla Procura c’è anche quello di un trentenne che ad una domanda del magistrato («Come mai don Stefano Rocca inzialmente si è attivato tanto affinchè si assicurassero gli assassini di Peppino Basile e poi, una volta arrestati gli autori, ha interrotto ogni campagna relativa al delitto Basile?) risponde così: «Credo che tutta la sua condotta sia stata finalizzata a precostituirsi un alibi… Riguardo alla condotta tenuta prima e dopo il delitto ritengo che lui abbia agito così perché … omissis… avrebbe potuto gridare ai quattro venti che era stato mandato via da Ugento per le sue campagne a favore della giustizia e della verità nel delitto Basile».

Fra i giovani che sono stati sentiti dal magistrato vi sono anche quelli che compaiono nella lettera fatta pervenire alla Procura nella quale si fa riferimento ad alcuni episodi che sarebbero avvenuti nell’oratorio, in cui tre ragazzi avrebbero subito atti sessuali. Alla raffica di omissis sono scampate solo le dichiarazioni relative ai rapporti fra don Stefano e i Colitti e fra il sacerdote e Peppino Basile, ritenute utili per l’indagine sull’omicidio. In particolare un 34enne di Ugento ha ricordato che «nel 2003 non correva buon sangue fra Basile e don Stefano. Il sacerdote non perdeva occasione di punzecchiarlo. Attribuivo le battute alla vita sregolata che conduceva Basile e, di conseguenza, pensavo che Don Stefano lo criticasse proprio per questo. Però rimasi colpito una volta in cui Basile, mentre stava lavorando, aggredì verbalmente Don Stefano dicendogli: “togliti quell’abito che ti confesso io”, senza aggiungere altro». [g.lat.] Ora alcuni testimoni indicano l’attività finalizzata

fonte:www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM…9&IDCategoria=1

ACCUSE INFAMANTI DI PEDOFILIA AL PRETE: LUI DENUNCIA

Don Stefano Rocca di Ugento ha ricevuto alcune missive con scritte contro di lui, poco dopo essere stato ascoltato in Procura sul caso dell’omicidio Basile. Tramite il suo legale ha sporto denuncia

UGENTO – Ultimo clamoroso colpo di scena ad Ugento. Accuse di pedofilia e di omosessualità sono state rivolte, tramite una missiva anonima al parroco Don Stefano Rocca, sempre in prima fila quando si trattava di invitare la collettività a rompere il silenzio sull’omicidio di Peppino Basile. Questa mattina il parroco ha trovato all’interno della cassetta postale della chiesa un plico anonimo. Al suo interno vi erano delle fotocopie di alcuni fogli di giornale.

Si trattava di un articolo del periodico “Panorama” del giugno scorso, riguardante un richiamo del Papa riguardo gli scandali che hanno visto coinvolti preti per abusi, pedofilia, omosessualità e concubinato. A margine una scritta in stampatello “Vale anche per te… don Stefano Rocca”. Un altro servizio è stato preso dal quotidiano “Il Giornale”, dove Sua Santità afferma che i gay non possono prendere i voti. Anche qui, un’altra scritta inquietante “Noi ragazzi non abbiamo dimenticato!!!! Sconterai le tue malefatte!”.

Angosciato, la prima cosa che ha fatto don Stefano è stata presentarsi insieme al suo legale, l’avvocato Silvio Caroli, presso la caserma dei carabinieri di Taurisano per sporgere denuncia. C’è però una circostanza che lascia pensare: la busta è stata spedita giovedì scorso, cioè un giorno prima che il parroco venisse ascoltato dai pubblici ministeri Simona Filoni e Giovanni De Palma, che stanno indagando sull’omicidio Basile. Ieri don Stefano è stato interrogato per cinque ore dagli inquirenti, che hanno cercato ulteriori conferme relative all’ipotesi accusatoria, chiarendo anche alcune circostanze addotte dalla difesa.

Può darsi che si tratti due episodi senza alcun collegamento, ma a priori non si può escludere neanche il contrario. Saranno le indagini a stabilirlo. Non è la prima volta che don Stefano viene preso di mira, nel corso delle indagini per l’omicidio è stato raggiunto addirittura da minacce di morte. Anche dopo l’arresto dei Colitti, nonno e nipote, ritenuti presunti assassini dell’ex consigliere provinciale, i colpi di scena ad Ugento continuano senza sosta.

fonte: www.lecceprima.it/articolo.asp?articolo=19068 [27/02/2010]

[08/07/2010]

BASILE, IN AULA DON STEFANO ED IL NONNO DELLA BAMBINA
Nuova udienza al Tribunale dei minori per l’omicidio Basile. Ad essere sentiti il parroco don Stefano Rocca ed il nonno della bambina che sostiene di aver riconosciuto i Colitti come gli assassini

LECCE – Dell’omicidio Basile non sa nulla il nonno della piccola testimone. Nonostante la sua nipotina sostenga di aver visto mentre era affacciata da una finestra della sua casa i Colitti ferire a morte l’ex consigliere Idv, lui sostiene di non essersi accorto di nulla quella notte. Una deposizione, quella dell’anziano, costellata da alcune contraddizioni. Su espressa domanda del pubblico ministero Simona Filoni, ha detto di non ricordare l’orario in cui era andato a dormire, nonostante in ben due interrogatori aveva sostenuto di essersi coricato alle 23 e 15.

Una discrasia che gli è stata fatta notare anche dal presidente Aristodemo Ingusci, e della quale il testimone alla fine ha dovuto prendere atto, seppur con poca convinzione. Stride con quanto appurato nel corso delle indagini anche un altro dettaglio riferito oggi un aula dall’anziano. E cioè che lui, dopo essere sceso per strada dopo che era stato commesso l’omicidio, avrebbe chiesto cosa fosse accaduto. I testimoni ascoltati finora invece sostengono che l’uomo sia stato l’unico ad uscire di casa intorno alle 4 e 30 del mattino, senza rivolgere la parola a nessuno.

Per il resto ha ribadito gli ottimi rapporti tra la sua famiglia e quella dei Colitti. Così come pure il fatto che i suoi nipotini avessero l’abitudine di chiamare Vittorio senior “signor nessuno”. Lo facevano per scherzare, ha detto. Non ha potuto negare il fatto che fra sua moglie e sua figlia (la mamma della bambina) i rapporti siano piuttosto tesi. Sia per vecchi livori, sia perché la donna è l’unica della famiglia a credere alle dichiarazioni della piccola.

Nel corso della mattinata è stato sentito anche il parroco di Ugento, don Stefano Rocca. Il prelato ha denunciato ancora una volta tutte le intimidazioni subite da quando si è impegnato in prima persona per scuotere le coscienze ed invitare la gente a rivelare quello che sapeva in relazione all’omicidio. Ha spiegato come i Colitti dopo il delitto abbiano diradato le loro presenze alla messa domenicale. Recatosi da loro un giorno di fine dicembre 2008 per chiedere spiegazioni, i Colitti gli avrebbero detto di essere molto provati dalle pressioni che erano costretti a subire. Domani saranno chiamati a deporre l’ispettore Fersini della mobile e la psicologa Michela Francia.

Ugento, peggiorano le condizioni di don Stefano ricoverato in Cardiologia

UGENTO (12 ottobre) – Don Stefano Rocca peggiora. Ieri mattina il parroco di Ugento è stato trasferito nel reparto di Cardiologia a causa di una aritmia. L’applicazione di un holter per monitorare in maniera continua l’attività del cuore è una delle precauzioni prese dai medici dell’ospedale “Francesco Ferrari” di Casarano.

Ma non solo: per il momento don Stefano Rocca resta ricoverato e non si può prevedere se e quando raggiungerà il convento di Collevalenza, in Umbria, per il ritiro spirituale disposto dal Vaticano. E questo nuovo peggioramento mette in forse le visite a fiume dei fedeli. Ma don Stefano annuncia: «Non mollo. Non getto la spugna».

Non dice altro, non aggiunge, ma chi lo conosce sa che non si riferisce solo alle sue condizioni di salute. Sì, perchè la decisione di lasciare la parrocchia di San Giovanni Bosco di Ugento non è frutto di una scelta in piena autonomia del prelato. Tutt’altro: lo ha chiarito solo nella serata di ieri la curia di Ugento-Santa Maria di Leuca. Se giovedì scorso la Curia aveva spiegato l’imminente partenza di don Stefano parlando di allontanamento volontario, ora riferisce di una procedura di garanzia disposta dal Vaticano: in base alle norme attuate dal Papa, il sacerdote sottoposto ad inchiesta interna (ma ce n’è una anche in Procura) per pedofilia deve allontanarsi dai fedeli.

La procedura è stata seguita con discrezione: a don Stefano è stato rivolto un invito orale a lasciare la parrocchia di San Giovanni Bosco. Ma lui si è opposto. Battagliero fuori e dentro la chiesa. E, allora, è giunta la lettera con la quale il Vaticano ha disposto d’ufficio il trasferimento: questa volta nero su bianco.
E qui si arriva alla serata di giovedì. Poi il malore nella nottata ed il ricovero in ospedale. Saltata la partenza in treno della mattinata successiva. E chissà mai se metterà piede in convento. Intanto questa sera ci sarà una veglia di preghiera nella sua parocchia: arriveranno da Ugento e da Taurisano, la sua città natale, per pregare per don Stefano, i fedeli.

Gli stessi che l’altro ieri hanno messo il lucchetto al cancello della chiesa per dimostrare la loro contrarietà all’arrivo di un nuovo parrocco. Appuntamento alle 8 di stasera: si andrà avanti ad oltranza. Tutti convinti, quei fedeli, che il loro parroco sia al centro di un complotto ordito allo scopo di fargli pagare l’essersi esposto sul delitto di Peppino Basile. E’ gente che parla, pensa e sente con il cuore, la verità dovranno stabilirla le inchieste del Vaticano e del pubblico ministero Stefania Mininni della Procura di Lecce: sono vere le accuse di pedofilia formulate a Roma, in Vaticano, e quelle raccolte durante e dopo le indagini sulla morte di Basile? Don Stefano, appena potrà, preparerà le memorie difensive da inviare a Roma. In Procura, invece, non hanno voluto interrogarlo quando si propose un paio di mesi fa. Lo difende l’avvocato Silvio Caroli.
E.M.

http://www.bambinicoraggiosi.com/?q=node/2216
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