Villamassargia Processo al sacerdote In Cassazione dopo la condanna per abusi sessuali

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Villamassargia Processo al sacerdote
In Cassazione dopo la condanna per abusi sessuali
Domenica 22 marzo 2009

A pproda in Cassazione la vicenda di padre Marco Dessì, il sacerdote di Villamassargia condannato per pedofilia a Bologna. Il suo difensore, avvocato Pierluigi Concas, ha annunciato che impugnerà la sentenza emessa nell’ottobre scorso dalla Corte d’Appello di Bologna. Obiettivo: far ottenere all’imputato almeno un ulteriore sconto di pena.
Per ora, restano comunque agli atti i verdetti dei due precedenti giudizi. Secondo i quali, Padre Marco Dessì ha commesso abusi sessuali nei confronti dei bambini che ospitava nell’orfanotrofio di Chinandega, in Nicaragua. Anche la sentenza di appello, emessa dai giudici di Bologna, ha confermato, dopo quella di Parma, le gravissime responsabilità del missionario, condannato a 12 anni di carcere in primo grado, a 8 anni in secondo. Violenza sessuale ai danni di minori e possesso di materiale pedopornografico (1400 fotografie) i reati che la magistratura ha ritenuto provati, aldilà di ogni ragionevole dubbio. Mentre ha ritenuto inattendibile la linea difensiva adottata dall’imputato, che si ritiene vittima di una congiura ordita ai suoi danni da quei bambini (oggi adulti) che lo accusano di averli sottoposti ad atroci sevizie proprio nel momento in cui erano più deboli e indifesi. Si tratta infatti di minori abbandonati in strada nel Nicaragua degli anni ’80-’90. Piccoli, orfani e affamati, che don Marco accoglieva nella missione realizzata a Chinandega con i fondi raccolti in Sardegna e nelle penisola. Ben presto però i bambini si rendevano conto che dovevano pagare a caro prezzo quella ospitalità: il loro benefattore durante la notte li portava nella sua camera e li costringeva a subire umilianti sevizie. Inutili le suppliche dei bambini perché si fermasse, o avesse pietà. Chi protestava veniva espulso dalla missione o perdeva benefici, come far parte del coro e prendere parte a viaggi all’estero per raccogliere fondi.
Queste cose le vittime le hanno raccontate ai giudici di Parma, che hanno condotto l’inchiesta. Confessioni sconvolgenti, rese fra le lacrime: il terrore delle visite notturne, le torture, le minacce per imporre il silenzio, i sensi di colpa che le vittime si portano dentro ancora oggi. Don Marco ha sempre assistito impassibile agli interrogatori, «Durante tutta l’inchiesta, non ho mai sentito la sua voce» dichiarò il Pm Lucia Russo dopo il processo di primo grado. Ma né lei né il Gup Roberto Spanò si limitarono a prendere per buone le accuse delle vittime. Cercarono e trovarono infatti numerose testimonianze proprio fra quei volontari che, in Sardegna e nella penisola, sostenevano la missione Betania. Ma il suggello finale al quadro accusatorio lo diede proprio lui, don Marco, quando, non sapendo di essere intercettato, minacciava di morte i suoi accusatori o si proponeva di corrompere la polizia del Nicaragua per farli arrestare.
LUCIO SALIS

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