Non è stato un complotto, don dessì stuprava bimbi

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Pagina 4 – Sardegna «Non è stato un complotto, don Dessì stuprava bimbi» Agli atti del processo i racconti raggelanti delle violenze sessuali commesse a Betania Dopo lo sconto di pena, la Cassazione MAURO LISSIA
CAGLIARI. La tesi del complotto, una rete di accuse che avrebbe finito per soffocare la resistenza difensiva di don Marco Dessì, non regge alla prova degli atti processuali: a denunciare gli abusi sessuali commessi dal missionario di Villamassargia sui ragazzini della comunità di Betania, in Nicaragua, sono stati testimoni esterni «del tutto estranei ai fatti». Soltanto dopo quelle denunce le indagini della Procura di Parma hanno messo in luce attraverso i drammatici racconti delle vittime una sequenza terrificante di episodi, che dai verbali degli incidenti probatori e degli esami testimoniali emergono affollati di dettagli sconvolgenti. E quando il quadro dei fatti era già definito, è saltato fuori il computer del sacerdote con quelle 1400 immagini pedopornografiche, una sorta di sigillo per un fascicolo d’indagine già ricco di elementi difficilmente smentibili. Infine l’impegno di don Dessì, dimostrato dalle conversazioni telefoniche intercettate, di «neutralizzare con ogni mezzo» chi l’accusava e di cercare una copertura politica «presso persone influenti» del Nicaragua, con chiari tentativi di corrompere la polizia locale «nella consapevolezza della veridicità dei fatti storici che le prove tendevano a riprodurre».
Nella motivazione della sentenza emessa il 30 ottobre dalla corte d’appello di Bologna, i giudici – presidente Stefano Valenti, consiglieri Alberto Pederiali e Iolanda Ricchi – ricalcano punto per punto l’analisi compiuta dal gup di Parma il 23 maggio 2007 ma arrivano comunque a uno sconto della pena da infliggere a don Marco: da dodici a nove anni di carcere. Trovano insomma un punto di equilibrio, com’è spiegato nelle ultime pagine, tra la pena edittale stabilita per i reati commessi e le richieste dei difensori Pierluigi Concas e Massimo Jasonni, decisi fino all’ultimo a smontare una ricostruzione accusatoria basata – hanno sempre sostenuto i legali – su racconti contradditori e condizionati. Ma lo sconto di pena non è stato concesso perchè il missionario più potente del Nicaragua merita le attenuanti generiche, piuttosto per una diversa valutazione sulla gravità – peraltro riconosciuta e confermata – dei fatti addebitati al religioso. Fatti che abbracciano quasi vent’anni di attività di don Dessì nella comunità di Betania a Chinandega, dove un oscuro missionario arrivato dalla lontanissima Sardegna era riuscito a costruire un munitissimo centro di potere, legato alla politica alta e a personaggi in grado di garantire una sorta di immunità a chi lavorava a Betania. Grazie a quest’immunità – risultata poi solo apparente – don Dessì poteva trattare i bambini («soltanto quelli da otto a tredici anni, poi perdeva l’interesse sessuale») come fossero oggetti di piacere a sua disposizione. Il tutto in una comunità dove il privilegio di ambienti comodi, con l’aria condizionata e la tv digitale, veniva riservato al sacerdote. Che agli ospiti – quelli che poi lo denunceranno – offriva cibi prelibati in tavole apparecchiate senza risparmio, mentre i bambini mangiavano «solo riso, quasi sempre contenuto in tegami coperti di mosche».
La motivazione dei giudici di Bologna elenca minuziosamente i racconti delle sei vittime accertate e sono racconti inquietanti. Bambini oggi adulti riferiscono ogni sorta di violenza sessuale, le fasi delle testimonianze raccolte da specialisti sembrano quelle di un film hard: «Io gli dicevo di smetterla – racconta una delle piccole vittime – perchè mi faceva male e lui mi diceva che dovevo stare calmo e continuava, continuava… io piangevo e lui ‘che bello, come mi piace’. E quando non ce la facevo più lui diceva ‘sì, aspetta un attimo che adesso finisco…». Sembra impossibile, ma il protagonista di queste performance agghiaccianti è un prete per anni sostenuto da un’intensa rete di solidarietà internazionale, finanziato da associazioni benefiche italiane, rispettato dal Vaticano che però poi, con apprezzabile dimostrazione di rigore, lo sospenderà dal sacerdozio affidandolo alle cure investigative della Procura di Parma.
La motivazione dei giudici di secondo grado non mette fine al processo ma ne apre la terza parte, che avrà luogo davanti alla Corte di Cassazione. Davanti ai magistrati di piazza Cavour a Roma i difensori si batteranno nel tentativo di accreditare all’imputato un nuovo sconto di pena legato all’interpretazione delle norme e alla validità delle procedure.

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