Il missionario trentino don Sandro De Pretis da 40 giorni in carcere a Gibuti. Il suo racconto

Il missionario trentino don Sandro De Pretis da 40 giorni in carcere a Gibuti. Il suo racconto

di Barbara Marino/ 13/12/2007

“Per la prima volta nella mia vita sono per così dire senza difesa, senza possibilità di agire, radicalmente ‘povero’ e privato della libertà. Porto una croce molto pesante”. Le diplomazie italiana e vaticana si muovono per risolvere la vicenda.

Agli arristi da 40 giorni
Don Sandro De Pretis scrive dal carcere di Gibuti
di don Ivan Maffeis, direttore di Vita Trentina

“Per la prima volta nella mia vita sono per così dire senza difesa, senza possibilità di agire, radicalmente «povero» e privato della libertà. Porto una croce molto pesante, posso solamente aver fiducia in Dio che non duri troppo a lungo. Ora quando prego i salmi comprendo meglio il grido verso Dio, affinché faccia giustizia, difenda il debole dall’ingiustizia, la Sua mano si alzi e agisca!”.
La lettera di don Sandro De Pretis, missionario di Trento a Gibuti, arriva in redazione (la pubblichiamo a fianco, in forma integrale, in una nostra traduzione dal francese) rompendo il riserbo totale mantenuto finora sulla sua prigionia.
Il prete trentino, incardinato dal 1993 nella piccola diocesi del Corno d’Africa (vedi sotto), è incarcerato dal 28 ottobre in stato di “detenzione preventiva in attesa di giudizio”, come lui stesso scrive.
Il silenzio finora mantenuto attorno alla vicenda è stato motivato dal rispetto per il lavoro della diplomazia, che si è subito attivata, tanto a livello dei responsabili della Farnesina che della Segreteria di Stato Vaticana.
Si inserisce in questo quadro la visita a Trento del vescovo di Gibuti, mons. Giorgio Bertin, che il 31 ottobre scorso si è incontrato con il vescovo Luigi Bressan e con i familiari di don Sandro, esprimendo la speranza per una rapida soluzione del caso e la certezza dell’innocenza del missionario e della sua estraneità ai fatti che gli sarebbero contestati.
A tutt’oggi don Sandro è incarcerato senza che sia stata formalizzata un’accusa precisa nei suoi confronti. Appaiono ridicole quelle che ventilerebbero un suo coinvolgimento in una rete di pedofilia, in seguito alla scoperta di una serie di sue fotografie in cui appaiono anche bambini. Si tratta infatti delle stesse foto che don Sandro, all’inizio dell’estate, portò alla redazione di Vita Trentina perché ne facesse copia e le conservasse nel proprio archivio, povero di immagini originali dall’Africa, come lui ben sapeva.
I contorni della vicenda rimangono poco chiari. Don Sandro serve forse come capro espiatorio, senza aver nulla a che fare con ciò di cui lo si vorrebbe incolpare? La diplomazia è al lavoro per ottenerne la scarcerazione con il proscioglimento pieno da ogni accusa, come sarebbe giusto. Più pragmaticamente, purtroppo, l’unica strada che sembra profilarsi è quella di accettarne l’espulsione dal Paese, prima ancora di giungere alla formalizzazione di qualsivoglia accusa.
Se oggi scriviamo per rilanciare l’appello dal carcere che don Sandro, facendo sue le parole dell’apostolo Paolo, rivolge alla sua comunità: “Non dimenticate che io sono in prigione”, lo facciamo pensando alle diverse occasioni di confronto avute con lui nei mesi scorsi, quando – con voce di uomo mite, buono ed appassionato – ci ha raccontava la «sua» Africa.
“In questi ultimi anni la situazione è cambiata radicalmente – ci diceva -. La mia presenza è ormai solo un segno, un tentativo di far capire come vivono i cristiani”.
In questo raccontava di sentire su di sé il limite di essere bianco: “I missionari sono arrivati con i colonizzatori – aggiungeva – quindi è facile per la gente identificarci con loro…”. Al peso della storia, si somma quello della cronaca: “La guerra in Iraq non ha fatto che rafforzare una lettura superficiale, che porta a far coincidere l’Occidente con il cristianesimo. All’atteggiamento favorevole di ieri sta subentrando la difesa, la ghettizzazione, se non l’ostilità aperta”.
Una lettura veicolata ad arte: “Arrivano dal Pakistan – spiegava – e predicano un islam dalla forma dura e pura. Non consentono di mettere in discussione nulla, non c’è spazio per un’autocritica, quasi fosse un attentato alla fede”.
Alzava quindi gli occhi sugli altopiani della vicina Etiopia, dove aveva lavorato precedentemente come volontario: “Quella è una terra cristiana fin dal III secolo; oggi vi sorgono moschee di cui fino a ieri non c’era traccia. Non si tratta di libertà religiosa, ma di una strategia precisa che viene avanti: vedo dipingersi un quadro preoccupante, una situazione senza sbocco”.
Al mondo coloniale francese rimproverava “un laicismo sterile, che ha frenato pesantemente la Chiesa, perché non facesse formazione. Se ci hanno lasciato costruire scuole – aggiungeva con amarezza – è solo perché il governo francese non intendeva investire maggiori fondi”.
Riconosceva anche le responsabilità della Chiesa, «colpevole» – “soprattutto in passato” – di aver avallato “battesimi facili, senza che avessero alle spalle un autentica preparazione: un’evangelizzazione superficiale, della quale non è rimasto nulla”.
Quando gli chiedevamo perché non iniziasse a pensare al rientro, sorrideva con la consapevolezza di non essere capito: “In una situazione come quella in cui versa il Corno d’Africa – rispondeva infine – andarsene è tradire. In Trentino, pur con tante difficoltà, avete ancora molte risorse: in Africa ognuno che viene meno causa la scomparsa di un piccolo mondo che, finché resta, è speranza per tanti”.

“Non dimenticate che io sono in prigione”
La lettera di don Sandro De Pretis dalla prigione

Riportiamo il testo integrale della lettera con la quale don Sandro racconta la sua detenzione e che viene pubblicata da Vita Trentina del 16 dicembre 2007, in edicola da venerdì 14 dicembre 2007.

So che moltissime persone non mi hanno dimenticato, ma al contrario pregano per me, che sono nella prigione di Gabode (nei pressi di Gibuti).
Non so quali erano i sentimenti di S. Paolo in prigione; i miei pensieri sono dominati dall’impressione di quanto sia strano vivere in questa situazione.
Tecnicamente si tratta di una detenzione preventiva in attesa di giudizio. Sono in una cella e la sola occasione di uscire sono le visite, quindi una mezz’ora o un’ora al giorno.
La mancanza di movimento mi è difficile da sopportare. Nello stesso tempo, devo essere prudente se voglio mettermi a fare un po’ di ginnastica. I primi giorni mi hanno dato molto male alle braccia e alla schiena, a causa dei muscoli che non erano abituati a questi esercizi fisici.
Almeno tutt’attorno c’è calma e tranquillità. Sono il solo prigioniero rinchiuso in questa parte della prigione e, nonostante il peso dell’isolamento, credo che sia una forma di trattamento di riguardo. In effetti, sento a distanza le voci degli altri prigionieri che devono invece condividere lo stesso locale. Per me rimanere in quella situazione sarebbe molto più dura per il rumore, la confusione, la mancanza di intimità e di concentrazione.Prendo questo tempo in prigione come un monaco nella sua cella: la preghiera, la presenza del Santissimo Sacramento e la lettura riempiono una gran parte della giornata. Qui non sento il bisogno di fare la siesta, dato che mi corico verso le 18, quando inizia a fare notte, e mi alzo alle 6.
Non voglio infatti accendere la luce del neon a causa delle zanzare, ma anche perché ho letto già molto durante la giornata.
Verso le 7 del mattino le guardie vengono a vedere se va tutto bene e così fanno anche a sera, verso le 18.
Alle 11, circa, ricevo qualche visita e allora posso andare fino alla porta d’entrata: quasi ogni giorno arriva il vescovo, mons. Giorgio Bertin, e Nathalie, la segretaria del Consolato italiano o lo stesso Console. Ogni giorno per il mio conforto suor Anna e suor Maria Domenica con il loro affetto mi procurano il cibo e le bevande. E giungono anche altre persone, che pur hanno difficoltà ad entrare.
Grazie, un grande grazie a tutti. Vedo bene il conforto e il sostegno che queste visite mi danno e mi propongo come obiettivo di fare quel che posso per visitare i prigionieri una volta che sarò libero. E’ bizzarro e ridicolo perché il direttore e diverse guardie già mi conoscono, considerato che da qualche anno io vengo regolarmente alla prigione per visitare i detenuti. Ora è il mio turno di avere delle visite …
Io non so come potrei far fronte a questa situazione senza la fede in Dio, senza la preghiera, senza la coscienza di essere sostenuto dalla preghiera delle altre persone e dall’affetto di quanti mi conoscono. Infine, mi sostiene la coscienza di essere innocente riguardo a tutte le accuse per le quali sono stato portato in prigione.
Pregando i salmi delle Lodi e dei Vespri come comprendo meglio il grido verso Dio, affinché faccia giustizia, difenda il debole dall’ingiustizia, la Sua mano si alzi e agisca!
Nello stesso tempo, la croce prende un rilievo più profondo perchè per la prima volta nella mia vita sono per così dire senza difesa, senza possibilità di agire, radicalmente “povero” e privato della libertà.
Ora porto una croce molto pesante e posso solamente aver fiducia in Dio affinché non duri troppo a lungo. Spero possa risultarne un frutto spirituale per me e per altre persone.
Sento il bisogno di ringraziare il personale della prigione: sono, senza eccezione, gentili e spesso mi dimostrano la loro simpatia sotto forma di incoraggiamento o di piccole conversazioni, come avviene tra persone che vivono in circostanze normali. Senza dubbio il loro lavoro è molto difficile, fra tanti prigionieri e con la struttura della prigione in degrado. Essi hanno ottenuto il mio rispetto.
Dopo questo periodo, che spero possa concludersi presto, domando a Dio di conservare bene nel mio profondo il ricordo di questa esperienza. Una dipendenza totale, una fiducia nella sua volontà, molto più forte di tutto il male, un bisogno di preghiera, la presenza continua di Gesù, l’eucaristia ad un metro da me, la lettura attenta della Parola di Dio, il rosario più regolare di prima, l’offerta di questa prova come un sacrificio per la gloria di Dio: sì, sono grandi doni, che voglio conservare e proteggere.

La missione in Africa di don Sandro De Pretis

Anche se è stato inviato in un angolo d’Africa sconosciuto, don Sandro De Pretis è tutt’altro che un missionario solitario. Ha sempre tenuto stretti contatti con la comunità trentina come testimoniano le sue cordiali visite al Centro missionario diocesano ma anche al settimanale diocesano Vita Trentina, dove “passa” volentieri durante i rientri a Trento per scambiare informazioni e impressioni in un rapporto di reciproca fiducia (Vita Trentina lo aveva accompagnato fin dall’ordinazione sacerdotale nel 1993).

In occasione della settimana diocesana per i sacerdoti “Fidei Donum” si era trovato a Villa Moretta con gli altri 40 missionari: per i lettori di Vita Trentina “l’africano don Sandro” ha raccontato il suo “confronto continuo con una fede diversa”, come “uno sforzo continuo, mai concluso”. Aveva aggiunto che in Africa oggi “è importante muoversi con umiltà e discrezione, convinti però dell’importanza di una presenza cristiana”.

Anche nel numero speciale di Vita Trentina di ottobre per gli 80 anni del Centro Missionario, troviamo la sua testimonianza sui problemi che attanagliano tutto il continente africano: “Sta attraversando un periodo storico in cui la vita tradizionale e quella moderna convivono intrecciandosi, se c’è da guadagnarsi, o marciano parallele, ignorandosi” aveva detto in quell’occasione dimostrando una visione ampia dei problemi del continente, segnata però dalla speranza: “Qui la relazione della persona con Dio è al cuore della vita”.

Si è fatto prete lì a Gibuti “come dono definitivo”
di Diego Andreatta, Vita Trentina

Prima volontario internazionale in Etiopia, poi studente di teologia in Kenya, quindi perfino prete “africano” per gli africani. Don Sandro De Pretis è sacerdote diocesano dal 1993, incardinato nella piccola diocesi di Gibuti (ha l’incarico di vicario generale), per la volontà precisa di essere inserito a tutti gli effetti nella Chiesa d’Africa, anche se sempre in contatto con la diocesi di origine, Trento. Anche lui “dono”, da una Chiesa locale all’altra.
La parabola umana di don Sandro parla da sola. Nasce il 16 settembre 1955, dal padre Emilio, noneso di Cagnò, e madre toscana, Laura Dona, ma con la famiglia cresce nel centro storico di Trento, parrocchia di Santa Maria Maggiore, dove fa il chierichetto, riceve la Prima Comunione e la Cresima. Elementari alle “Verdi”, medie alle vicine “Bresadola”, poi il Ginnasio all’Arcivescovile e il Liceo al Prati, fino alla scelta universitaria che lo porta a Bologna, laurea in Agronomia nel 1980.
Si orienta all’obiezione di coscienza e, su indicazione del Centro missionario diocesano, fa il volontario in servizio civile in Etiopia con l’organismo LVIA di Cuneo dal 1981 al 1983: due anni e mezzo importanti, che lo spingono a riprendere la via dell’Africa nel 1985 come esperto agricolo FAO nello Zimbabwe fino al 1988 e poi a Gibuti per un altro anno.
Un periodo di svolta, di sofferenza (gli vengono a mancare entrambi i genitori) e di discernimento – anche grazie a tanti amici missionari, fra i quali padre Zanotelli – che lo portano poi a scegliere di frequentare dal 1989 per quattro anni gli studi teologici a Nairobi presso il collegio “Tanzaga”. Ordinato diacono a Ngong in Kenya, sceglie di diventare sacerdote africano il 9 maggio 1993, incardinato per sempre nella piccola diocesi di Gibuti (dov’era stato da volontario): “Diventare prete diocesano – gli conferma nell’omelia d’ordinazione l’allora vescovo Georges Perron – non è facile perché ci si trova più isolati di quanti appartengono ad una Congregazione, ma è il prete diocesano che radica una giovane Chiesa, il suo ruolo è indispensabile”.

Don Sandro ne è convinto, si sente le spalle coperte: “È stato proprio il Centro missionario diocesano di Trento a prospettarmi questa scelta e a seguirmi nel cammino: davvero una benedizione”, ci dice dopo la Prima Messa trentina celebrata il 20 giugno 1993 nella sua chiesa di Santa Maria Maggiore. “Non temere, don Sandro, se qualcuno ti domanderà una ragione del tuo camminare scalzo, in mezzo ai poveri, con la sola forza del Vangelo – diceva allora il direttore del CMD don Girolamo Job, assieme al parroco don Aldo Menapace – sta sicuro che nessuno potrà mai dividerti da quel Cristo che tu hai scelto come unica ragione della tua vita”.
Con la sua mite semplicità e la sua spiritualità profonda, don Sandro in questi 14 anni ha cercato con paziente umiltà di inculturarsi dentro questa povera repubblica del Corno d’Africa, piccola come la Toscana, indipendente dalla Francia dal 1957 e dilaniata per anni dalla guerriglia interna, ancora interessata dai vicini conflitti eritreo-etiopici. Uno Stato di 600 mila abitanti, quasi tutti di religione musulmana, in cui la presenza cristiana vuole essere soprattutto testimonianza evangelici di pace e di servizio, anche se ridotta a due chiese in città, a una decina di sacerdoti e religiosi (don Sandro è stato nominato vicario generale dall’attuale vescovo Giorgio Bertin, amministratore apostolico di Mogadiscio) ed a poche generose suore: “Il nostro ruolo – ci confermava nell’aprile di quest’anno – è ancora quello di poter mostrare che si può vivere in terra islamica, convivere come fratelli uguali davanti alla Dio e davanti alla legge, nel rispetto reciproco, delle proprie idee e dei propri principi. Uno sforzo quotidiano, mai concluso”.
Alla luce di questi ultimi 40 giorni di prigionia, ritrovano smalto le parole scritte da don Job e don Antonio Filosi al ritorno dalla Prima Messa africana di don Sandro nel 1993: “Scegliendo di rimanere a Gibuti, in un ambiente così povero e arido, don Sandro ci dà una preziosa lezione di radicalità evangelica, motivata da una grande forza interiore attinta alla scuola di Gesù”.

Fonte: Vita Trentina, 16 dicembre 2007 (in edicola da venerdì 14 dicembre 2007).

http://laici.forumcommunity.net/?t=11289057

Advertisements