Il vescovo Monari fa la vittima! E nemmeno una parola di pietà per i bambini!

Mons. Monari: “Una grave ferita”
sabato 01 dicembre 2007
(red.) Dopo l’accusa di pedofilia moossa nei confronti di don Marco Baresi, 38enne vice-rettore del seminario di Brescia, il vescovo Luciano Monari ha scritto una lettera ai sacerdoti della nostra provincia.
“L’arresto di un vicerettore del Seminario è una ferita profonda e dolorosa per la Chiesa bresciana. Nutro profonda speranza che l’accusa si risolverà in una bolla di sapone; ho ascoltato tanti che hanno conosciuto don Marco, che sono vissuti insieme a lui per anni e il giudizio è concorde: non uno che abbia avanzato dubbi o riserve. Ma la ferita non si rimarginerà presto. Noi viviamo anche dell’immagine che gli altri hanno di noi e la notizia, sparata dai giornali come una bomba, unita a insinuazioni, ha segnato la nostra Chiesa. Anche se in futuro l’innocenza venisse riconosciuta, l’offesa rimarrebbe, impietosa. Sporcare ciò che è pulito è facile; ripulire ciò che è stato sporcato è difficile, lungo e produce un risultato imperfetto”.
Il monsignore, nella lettera, cerca anche di dare una motivazione religiosa sulla vicenda: “Paolo scrive ai Romani che Dio «fa servire ogni cosa al bene di coloro che lo amano» (Rm 8,28). Che cosa può significare allora per noi, Chiesa bresciana, questa esperienza di sofferenza? Cosa ci sta dicendo e chiedendo il Signore? Provo a rispondere con la consapevolezza che ciascuno è chiamato a riflettere davanti a Dio e a dare una risposta personale, creativa, che lo faccia uscire più maturo da questa prova. La prima cosa che mi sembra di cogliere è un invito fortissimo all’umiltà, alla consapevolezza chiara del poco che siamo. Sant’Agostino scrive che non c’è alcun peccato che noi stessi non potremmo fare, se messi in determinate condizioni. Il bene che c’è in noi, la resistenza al male che riusciamo a mettere in opera, viene dal Signore, è sua grazia. Di questo possiamo gioire con stupore e riconoscenza, ma non possiamo vantarci. Scrive san Paolo ai Corinzi: «Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?» (1Cor 4,7). Questa umiltà ci aiuta a essere meno risentiti di fronte alle accuse o alle insinuazioni: non le meritiamo, ma non le meritiamo per dono di grazia, non per virtù personale”.
Ma per Monari serve anche consapevolezza: “Possono venirci lanciate le accuse più gravi; ma noi sappiamo quello che il Signore ha operato e opera nella nostra vita; sappiamo le motivazioni delle nostre scelte e dei nostri comportamenti; sappiamo l’amore e il disinteresse con cui cerchiamo di agire. Possiamo procedere con fiducia serena sotto lo sguardo di Dio, sotto il suo giudizio. L’errore più grave, la tentazione più sottile sarebbe quella di rispondere alle accuse col disimpegno, dicendo: «Se questo è il guadagno, vale meglio limitarci a compiere lo stretto dovere e nient’altro. Saremo più sicuri e meno vulnerabili». Ed è vero; ma saremmo anche meno cristiani e meno preti. Dietro a questo atteggiamento c’è l’orgoglio sottile di chi, per risentimento, dice degli altri: «Non mi meritano; s’arrangino e vedranno quanto valgo». È vero che un prete, proprio per la sua attività coi ragazzi e per i ragazzi, è vulnerabile; lo si può accusare facilmente, anche perché un’accusa simile è accettata facilmente dal sentire comune. Ma non possiamo rinunciare a operare, perché non possiamo rinunciare ad amare. L’amore è, per natura sua, attivo; non si ritira, ma prende sempre posizione a favore della vita, del bene, della gioia degli altri. Se ci ritiriamo dall’impegno nell’oratorio per l’educazione dei piccoli, per la loro crescita umana e cristiana, se riduciamo il nostro servizio all’adempimento burocratico delle prestazioni religiose, tradiamo la nostra vocazione. Di fronte agli inevitabili timori l’aiuto decisivo è quello che ci viene dalla contemplazione del Signore. Di lui si dice che «quando era oltraggiato non rispondeva con oltraggi e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a Colui che giudica con giustizia» (1Pt 2,23). Se Gesù si fosse lasciato spaventare dalla pericolosità della sua missione, se avesse cercato la sicurezza a ogni costo, come avrebbe potuto mostrare l’amore di Dio per noi? Dobbiamo allora rimanere inerti? Accettare passivamente di essere oggetto di sospetti umilianti? Anche qui la risposta è: no. ‘No’ per un atteggiamento sano di difesa di noi stessi. Ma ‘no’ anche per amore verso gli altri”.
Quindi la Chiesa prosegua con le proprie attività, con la consapevolezza “che il diffondersi di un sospetto malizioso rovini le cose belle che ci sono nel mondo, che renda ambigui i rapporti più sani, le espressioni più pure di affetto e di attenzione agli altri. Non possiamo permettere che la paura di interpretazioni maliziose e maligne cancelli quello che è fonte di calore umano e di gioia. In alcuni interventi di questi giorni appare la gioia maligna di poter cogliere in fallo chi si presenta come portatore di un messaggio esigente sulla sessualità. Quasi a dire: «Vedete la Chiesa? Si presenta come paladina della verità, condanna tutti i vizi, esige una impossibile rinuncia alle esigenze della sessualità; poi cade anch’essa nei vizi che condanna». Siamo radicalmente fuori da questo tipo di critica. Predichiamo che la sessualità va unita con l’amore e il senso di responsabilità; e lo predichiamo non per ossequio formale a una legge antiquata o a una cultura settaria, ma per stima dell’uomo e della sua dignità, perchè solo una sessualità ricca di amore e matura nella responsabilità è degna di lui”.
Dunque i sacerdoti devono ricordarsi che se si accusa un prete, si accusano nello stesso tempo tutti i preti. “Il fatto è tutt’altro che gradevole perchè ci sentiamo tutti insieme messi sul banco degli imputati senza che nessuno si sia preoccupato di guardarci in faccia e di misurarsi con noi. Ma forse questa situazione è la conferma di una realtà effettiva sulla quale abbiamo insistito spesso e cioè che tutti i preti di una diocesi costituiscono un unico presbiterio solidale attorno al vescovo. Naturalmente le responsabilità, sia morali che giuridiche, sono strettamente personali; ma i pesi (così come le gioie) si portano insieme. Né io vescovo posso tirarmi indietro dicendo: io non c’entro; né può farlo un qualsiasi prete del nostro presbiterio. Questo esige da noi un senso vivo di responsabilità: sappiamo che i nostri comportamenti, buoni o cattivi, ricadono sulle spalle degli altri. Abbiamo il dovere di crescere verso la maturità perchè il peso delle nostre immaturità è sopportato da tutti; dobbiamo tendere verso la santità, perchè il peso della nostra mediocrità finisce per intristire tutti. A tutti, però, chiediamo proprio per questo di essere leali. Se ci considerano una cosa sola nel presbiterio, considerino anche tutto il bene che c’è in mezzo a noi. Se tengono questo atteggiamento con sincerità. siamo convinti che avranno del presbiterio bresciano un’immagine bella. Non perfetta, purtroppo, per la nostra debolezza; ma certamente cristiana e umanamente ricca, per grazia di Dio. Questa è la nostra convinzione che esprimiamo con umiltà, ma anche con fiducia. Ai laici credenti chiediamo di esserci vicini in questo momento difficile così come sentiamo di essere vicini a loro nelle loro quotidiane tribolazioni e fatiche.

http://www.quibrescia.it/index.php?/content/view/3722/1/

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