Firenze: se c’ero dormivo

Da più parti viene chiesto a noi dell’UAAR di Firenze come mai non approfittiamo del verminaio esploso nella curia della città per darci dentro. È un’occasione coi baffi visto che di mezzo c’è un prete stupratore di bambine e chissà cos’altro come il Cantini!

Be’, diciamolo francamente, mestare nel torbido non è nostro costume né l’abbiamo mai fatto, tanto più in questa occasione che sembra ben più complessa di quanto appaia. E poi non c’è niente di meglio che lasciare l’episcopato fiorentino cuocere nel suo brodo. Fra l’altro le vicende sono seguite con assiduità sulla cronaca locale de «La Repubblica» da Maria Cristina Carratù che dà voce alle vittime del Cantini e da Franca Selvatici che dà voce ai fatti; il tutto con equilibrio, senza scandalismi o facili enfatizzazioni. Del resto la vicenda è tale che non ha certo bisogno di ulteriori commenti. Infine il nostro silenzio era legato ad una forma di rispetto sia per le vittime, già abbastanza provate, sia per la magistratura entrata in scena dalla porta principale con una dichiarazione del procuratore Nannucci, per noi almeno, rassicurante: «La magistratura per la chiesa non esiste».

I fatti, resi ormai noti dalla stampa e dalla trasmissione televisiva “Anno zero”, vale la pena ripercorrerli solo per ricapitolare personaggi ed interpreti. Al centro della vicenda ci sono un vecchio parroco, don Lelio Cantini, con la sua perpetua veggente, Rosanna Saveri, ed il vescovo ausiliare Claudio Maniago, enfant prodige dell’episcopato italiano. Di contorno un nugolo imprecisato di vittime degli abusi del prete. Apparentemente solo a margine il cardinale di Firenze, Ennio Antonelli ed altre figure da precisare. Questo è il quadro ufficiale. Non sappiamo da dove venga don Lelio, certo da lontano visto che ha 82 anni, quando l’8 aprile scorso, per Pasqua, dall’uovo esce la sorpresa sulle pagine della cronaca locale di Repubblica e lo troviamo nella parrocchia della Regina della pace, detta anche di Firenze Nova, dove sta già dagli anni ’60.

La cronaca parte dal 2004 quando alcune giovani donne della sua parrocchia si rivolsero alla curia fiorentina per denunciare le violenze psicofisiche inflitte dal parroco fra il 1973 e l’87, fin da quando ancora erano minorenni. Violenze, si presume solo psicologiche, denunciate anche da alcuni maschi. Di fronte alla denuncia, l’arcivescovo Piovanelli prima, poi il suo successore Antonelli e l’ausiliare Maniago sembrano solo tirarla per le lunghe, così nel marzo del 2006 le vittime scrivono al papa e Antonelli finalmente interviene mandando la coppia Cantini-Saveri in … campagna. Il bubbone è ormai scoppiato e gioco forza monsignor Fisichella deve fare la sua comparsata da Santoro. Ovviamente ne esce sbertucciato ma, cosa incredibile ai nostri orecchi, è che i delitti contro le persone perpetrati dal Cantini alla fine risultano quasi derubricati rispetto alle infrazioni alla dottrina e alla liturgia.

Nel frattempo sembra che anche numerosi parrocchiani si siano rivolti alla magistratura sostenendo di essere stati circuiti dal prete e quindi obbligati a consegnargli denaro e beni immobili. Infine un professionista di Firenze testimonia al magistrato di certe sue vicissitudini omosessuali in cui risulta in qualche modo coinvolto Maniago. A questo punto la vicenda, già da tempo nota sulla stampa ed in TV, subisce un’impennata così che il cardinale Antonelli si sente in diritto di minacciare querele per diffamazione.

Due parole su Maniago sono indispensabili. Il Cantini è un talent scout di mistiche vocazioni ed un rude trainer esperto in doping psicologico, non a caso, per selezionare ed imbonire i suoi adepti, ricorre alle visoni della Rosannona Severi, chissà perché detta anche da un intervistato «la kapò, la generalessa o la padrona del prete». I ragazzi da lei prescelti come “eletti” non avevano molte alternative: o bere il verbo del Cantini o affogare nell’esilio dalla parrocchia. E si sa quanto l’espulsione dal gruppo sia per un ragazzino emarginante. Don Lelio ha il chiodo fisso dell’obbedienza e quello di dare vita ad una chiesa non “corrotta” – se lo dice lui! – da vivacizzare con creature uscite dalle proprie mani o, visto com’è andata, dalle sue grinfie. Fatto sta che la sua parrocchia sforna un numero di preti da primato, almeno 8 in 10 anni, ed uno, il suo pupillo, Maniago appunto, lo tira su talmente bene che diventa addirittura il più giovane vescovo in servizio attivo, anzi tanto attivo da diventare oggi, a 48 anni, il factotum della curia di Firenze: «Amministratore unico di un srl per la gestione degli immobili della curia, presidente del cda dell’agenzia di viaggi diocesana […] ed altri incarichi molto più “temporali”», non ultimo l’aver ricoperto «con piglio manageriale un ruolo cruciale durante il Giubileo 2000». Fino ad oggi Maniago non ha mai preso le distanze dal Cantini e viene da domandarsi, visti gl’intrallazzi finanziari che si dice siano avvenuti in parrocchia, chi ha insegnato a chi?

Questa è una breve sintesi, ma i fatti in cronaca sono molto più articolati e per le vittime quanto mai dolorosi, tuttavia l’interesse non verte tanto su quello che si sa, quanto su ciò che sta fra le righe. Come è mai possibile che il Cantini, per decenni – in un quartiere popolare e operaio di periferia dove, come in un paese, si sapeva ancora tutto di tutti – sia stato libero di fare e disfare quel che ha voluto nella più assoluta indifferenza se non con la più ampia, magari inconsapevole, connivenza? Possibile che in nessuno, nemmeno nei genitori delle vittime, sia mai venuto qualche dubbio, una pulce nell’orecchio, un sospetto? Possibile che in curia nessuno abbia mai messo il naso in un ambiente tanto borderline da usufruire di una veggente? Possibile che non sia sembrato strano alle gerarchie ecclesiastiche che proprio da quella parrocchia venissero tante “vocazioni”? Non è possibile. È pur vero che le parrocchie fanno parte di quegli enclavi chiusi e blindati agli occhi estranei, ma si sapeva. Risulta infatti che il gestore di un circolo vicino abbia ammesso che anni prima «girava la voce che desse noia alle bambine, ma nessuno ci fece caso, anche perché noi non andavamo in chiesa». Non è possibile. Anche il cardinale Piovanelli, l’ex arcivescovo di Firenze in capo alla curia dall’83 al 2001, proprio colui che chiama a sé Maniago prima come provicario ad appena 32 anni e poi come vicario generale della curia a 42, ammette di aver sentito “qualcosa” sul prete e sulla veggente «…qualcosa di molto generico». E se lo si sapeva al circolino miscredente e lo sapeva anche il Piovanelli doveva essere proprio il segreto di pulcinella. Sembra che nessuno possa dire «io non c’ero» caso mai dirà «va be’, se c’ero dormivo».

Ma andiamo avanti. Chi ha consacrato il precoce vescovo Maniago? Don Cantini? Forse sì dal momento che ora tutte le gerarchie ecclesiastiche cascano dalle nuvole. Non è che l’ex cardinale di Firenze Piovanelli abbia lasciato il cerino acceso in mano all’Antonelli? E cosa fa dell’Antonelli il previsto candidato ad una promozione nelle alte sfere vaticane: la sua sagacia e competenza o l’essere anch’egli un “obbediente” miope, debole d’udito e balbettante se non cieco, sordo e muto? E ancora. Possibile, vista l’ultra decennale presenza del Cantini in quella parrocchia, che le vittime fossero solo quelle che hanno trovato il coraggio o la disperazione di uscire allo scoperto per liberarsi da questa perversa sindrome di Stoccolma? Possibile che anche Maniago e gli altri preti non siano stati sottoposti allo stesso “trattamento”? Si sa che non tutti gli abusati riescono a superare il trauma, ma si sa anche che taluni se ne fanno forza per fini propri.

E come mai, ecco un altro legittimo dubbio, il colabrodo della procura è rimasto impermeabile e blindato finché non c’è stato il coinvolgimento di Maniago nelle vicende omosessuali? Possibile che un vescovo giovane, prestante e gay sia più destabilizzante per la chiesa di un prete pedofilo stupratore seriale? È pur vero che la cosa deve aver creato qualche problema ad un episcopato che da anni cerca di accreditare la falsa equazione omosessualità uguale pedofilia ed ora si ritrova sconfessato in casa propria.

Non sarà per caso che proprio alla curia convenga che si alzi più polverone possibile per coprire altre magagne? In fin dei conti stanno venendo fuori aspetti ai più ignoti e apparentemente marginali, ma guarda caso tanto Maniago e Firenze che monsignor Acampa a Siena, altro prelato manager in odore di… fumus non persecutionis ma d’incendio di documenti, sembrano coinvolti negli interessi immobiliari delle rispettive curie, coincidenza particolarmente singolare visto che proprio la Conferenza Episcopale Toscana (CET), ufficialmente tramite l’Antonelli, ha recentemente stipulato un’affaruccio con la Regione toscana che le ha permesso d’incamerare 9 milioni di euro da investire in mattoni. Viene quasi da dire che la CET, Conferenza Edilizia Toscana, non sia altro che una consociata della CEI, Conferenza Episcopale Immobiliare.

Troppe domande che non si sa se siano mai state formulate. Lo farà sicuramente la magistratura, tuttavia i sui tempi e quelli della chiesa sono purtroppo comparabili per cui ci vorrà tempo affinché il gran polverone si diradi, ma anche allora non è detto che si potranno distinguere fra le macerie di questo vergognoso aggroviglìo i corpi delle vittime da quelli dei farabutti.

er quanto ci riguarda riflettiamo sulle dichiarazioni del responsabile del circolino frequentato da chi come noi non crede e non frequenta chiese e parrocchie. Noi possiamo dire «non c’ero» ma non «se c’ero dormivo…».

Marco Accorti – UAAR Firenze

http://www.uaar.it/news/2007/10/03/firenze-se-c-ero-dormivo/#comment-117854

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