Don Gelmini, gli scandali sui sacerdoti pedofili e i problemi della Chiesa oggi in una sconcertante intervista di Vittorio Messori a “La Stampa”

«Preti gay e senza fede»

Don Gelmini, gli scandali sui sacerdoti pedofili e i problemi della Chiesa oggi in una sconcertante intervista di Vittorio Messori a “La Stampa”

di Lorenza Provenzano

Neppure Alessandro Meluzzi, fedelissimo portavoce di Don Gelmini, si era spinto a tanto per difendere il fondatore della Comunità Incontro: «Un uomo di Chiesa fa del bene e talvolta cade in tentazione? E allora? – ha dichiarato Vittorio Messori a La Stampa – Se fosse così per don Pierino Gelmini, se ogni tanto avesse toccato qualche ragazzo, ma di questi ragazzi ne avesse salvati a migliaia?». «La Chiesa ha beatificato un prete denunciato a ripetizione perché ai giardini pubblici si mostrava nudo alle mamme – ha continuato Messori. Queste storie sono il riconoscimento della debolezza umana che fa parte della grandezza del Vangelo. Gesù dice di non essere venuto per i sani, ma per i peccatori. E’ il realismo della Chiesa: c’è chi non si sa fermare davanti agli spaghetti all’amatriciana, chi non sa esimersi dal fare il puttaniere e chi, senza averlo cercato, ha pulsioni omosessuali. E poi su quali basi la giustizia umana santifica l’omosessualità e demonizza la pedofilia? Chi stabilisce la norma e la soglia d’età?».

Gran minestrone, quello di Messori, le cui affermazioni sono apparse ad alcuni deliranti e antistoriche. Nello stesso calderone finiscono astutamente le inchieste per pedofilia, che hanno travolto alti prelati d’Oltreoceano, e le presunte molestie sessuali delle quali viene accusato Don Gelmini da alcuni ex ospiti della comunità di Verzò (e poco importa, a Messori, che ci sia di mezzo un minore o un adulto in grado di difendersi, per quanto in stato di soggezione psicologica o di particolare e momentanea fragilità emotiva). Non solo. A cuor leggero, si tira in ballo nientemeno che la santità come il carisma o la superiore virtù al cospetto della quale la debolezza della carne passa in second’ordine: anche ammesso e non concesso che questo sia propriamente il senso della carità cristiana, basta forse fondare una comunità terapeutica per tossicodipendenti o indossare l’abito talare per esser paragonati ai santi e ai beati? Senza togliere a Don Gelmini e don Ciotti alcuno dei loro innegabili meriti e senza voler emettere sentenze basate sulle chiacchiere, non si può negare che agli operatori dei numerosi centri laici per tossicodipendenti non si regalano patenti di santità a buon mercato né si fanno sconti di nessun tipo (a riprova, basti un nome su tutti, quello di Vincenzo Muccioli). C’è chi sostiene che «santo non è chi sbaglia a ripetizione ma chi chiede sempre perdono per i propri errori», come fa Paolo Rodari nel suo blog, ma anche qui si potrebbe obiettare, se è di Don Gelmini che stiamo parlando, che il peccato – vero o sospetto che sia – di per sé non profuma di santità, quantomeno senza un sincero rimorso e una richiesta di perdono a chi si è offeso.

Anche preso per buono il discrimine sottolineato da Messori tra la logica della Chiesa, che guarda cristianamente più ai meriti che ai demeriti, e quella della legge, non si comprende perché la Chiesa, nei suoi prounciamenti ufficiali, non debba tener conto della gravità, in termini di reati, e della pedofilia e delle molestie sessuali. Vale lo stesso discorso per le tasse, tema in questi giorni di calda attualità. Il cardinal Bertone invita a pagarle, senonché Messori fa malleva sull’inciso del cardinale – le imposte si pagano «secondo leggi giuste per aiutare i più poveri e deboli» – per applicare a questo dovere civico la propria morale elastica. Scrive infatti oggi Messori sul Corriere della Sera che preti e suore evadono il fisco come il «cittadino comune», ma lo fanno per «legittima difesa», perché pagare si deve, sì, ammette il giornalista, ma il Nuovo Catechismo della Chiesa parla di «giusti tributi», quindi se io cittadino considero il tributo eccessivo, sono legittimato a far la cresta. Mutatis mutandis, Messori potrebbe chiedersi: perché devo considerarmi un pedofilo se allungo la mano su un dodicenne? Dichiara infatti lui stesso: «Chi stabilisce la norma e la soglia d’età?». In altre parole, ci chiediamo: per autoassolversi basta avere da eccepire su quanto stabilisce la legge?

Poiché anche la Chiesa detta norme di comportamento in materia di etica sessuale o in generale di catechesi, siamo tutti legittimati, in nome del libero arbitrio, a ricusare la definizione di peccato in relazione a questa o a quella scelta di vita qualora fosse contraria al dettato cristiano? Quella di Messori pare una coperta troppo corta. Più volte il giornalista esprime un certo rammarico per la mania del politically correct che a suo dire sta «prendendo campo anche nel cattolicesimo italiano». A suo dire, la Chiesa starebbe cadendo nella trappola mediatica del prete-gay, «la categoria più esposta» al pubblico ludibrio: da un lato si stigmatizza il clero, secondo Messori, quando non accetta in seminario chi dimostra tendenze omosessuali, dall’altro lato si sta pronti col fucile spianato non appena qualche prete da un passo falso. Così ragionando, tuttavia, Messori stabilisce un’equazione indebita (o forse, come direbbe lui: unpolitically correct) tra omosessualità e attitudine alla molestia sessuale. Il trait d’union tra le due cose sembra essere l’incapacità dei più di attenersi ai voti di castità: «Sul piano umano è disumana – dice in proposito il giornalista -. Si resta casti solo se si ha fede salda, fiducia nella vita eterna. Il deficit non è organizzativo ma di fede. E non si risolve abolendo il celibato ecclesiastico, perché l’80% sono casi gay».

Un corto circuito, insomma. «La Chiesa ha sempre saputo che seminari e monasteri attirano omosessuali», dice Messori, ma l’incontinenza degli stessi diventa poi un problema anche di immagine pubblica. Curioso. Giorni fa, a proposito di Don Gelmini, la senatrice del Prc Lidia Menapace dichiarava: «Il pettegolezzo sulla sua identità sessuale e le sue preferenze non servono a nessuno e tendono ad affermare che chi è gay è anche molestatore, una falsità bella e buona». Ora Messori, che pure tira una bordata non da poco sui «preti antidroga superstar», per togliere la croce del pubblico molestatore dalla schiena di don Pierino gli rende lo stesso favore (ah, gli amici!) della senatrice Menapace: lascia intendere che il problema del prete-gay e del santo “sporcaccione” sta in primo luogo nella nostra ipocrisia pruriginosa. E lui, il «santo» della Comunità incontro, per tutta risposta replica: «Cosa credono, che siamo tutti froci?». Peggio la toppa del buco, signori.

http://liberoblog.libero.it/attualita/bl7301.phtml

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