Crimen Sollicitationis. L’avv. Shea sbugiarda l’Avvenire

 Il Cardinale di Boston B. Law dichiarava: “Non sapevamo [che la pedofilia] fosse un crimine, pensavamo si trattasse solo di un peccato”.
Daniel SHEA, l’avvocato texano, che aveva citato in tribunale il card. Ratzinger, commenta l’articolo di Massimo Introvigne:

“PRETI PEDOFILI, LE FALSITÀ DEL VIDEO BBC”
(Avvenire 30 maggio 2007)

(I commenti di Daniel SHEA sono riportati in corsivo mentre il testo
dell’articolo di Avvenire in carattere normale)

Solo la rabbia laicista spiega perché, subito all’improvviso il documentario dell’ottobre
2006 della Bbc «Sex Crimes and the Vatican» abbia cominciato a circolare su Internet
con sottotitoli italiani, e i vari Santoro abbiano cominciato ad agitarsi.
Il documentario, infatti, è merce avariata: quando uscì fu subito fatto a pezzi dagli
specialisti di diritto canonico, in quanto confonde diritto della Chiesa e diritto dello
Stato. La Chiesa ha anche un suo diritto penale, che si occupa tra l’altro delle
infrazioni commesse da sacerdoti e delle relative sanzioni, dalla sospensione a divinis
alla scomunica. Queste pene non c’entrano con lo Stato, anche se potrà capitare che un
sacerdote colpevole di un delitto che cade anche sotto le leggi civili sia giudicato due
volte: dalla Chiesa, che lo ridurrà allo stato laicale, e dallo Stato, che lo metterà in
prigione.

Questi commenti non affrontano l’impatto globale della “Crimen sollicitationis”. Le
vittime sono soggette a domande tendenziose (ad esempio: “Lei sta denunciando il
sacerdote per amore, odio, paura, inimicizia, o per liberarsi la coscienza?”). Non solo
le domande sono “tendenziose”, ma a chi interroga viene indicata anche la risposta
corretta: “Corretta se affermerà di denunciare il sacerdote per liberarsi la coscienza”.
[Vedi Formula E]. E’ un vero e proprio trucco. Come si può condannare un sacerdote
con questo genere di sciocchezze? Ciò dimostra anche la forma mentis della lettera di
Ratzinger [De delictis gravioribus], cioè che si tratta di un crimine commesso con il
bambino, invece di essere contro il bambino. Quando l’ho fatto notare a un Vescovo del
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Massachusetts durante una deposizione, il Vescovo rispose: “Immagino che si dovrebbe
considerare il bambino un complice “.
Inoltre, la Crimen sollicitationis fa sua la teologia dell’extra ecclesiam nulla salus, che
pensavo fosse stata respinta dal Concilio Vaticano II. Vedi Formula B, in cui il
sacerdote incriminato si tira fuori dai guai, confessando al Vescovo pronto a perdonarlo
che “nessuno può salvarsi se non crede in ciò che professa, insegna, predica e pratica la
Chiesa Cattolica Romana”. Clericalismo in bella mostra! A proposito, dopo che il
sacerdote colpevole recita la formula magica e il Vescovo recita la propria formula
magica [indossando almeno la stola color porpora], il colpevole viene mandato in
“pellegrinaggio religioso “.

Il 30 aprile 2001 Papa Giovanni Paolo II (1920-2005) pubblica la lettera apostolica
Sacramentorum sanctitatis tutela, con una serie di norme su quali processi penali
canonici siano riservati alla giurisdizione della Congregazione per la dottrina della
fede e quali ad altri tribunali vaticani o diocesani.
La lettera De delictis gravioribus, firmata dal cardinale Joseph Ratzinger come
prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il 18 maggio 2001 – quella
presentata dalla Bbc come un documento segreto, mentre fu subito pubblicata sul
bollettino ufficiale della Santa Sede e figura sul sito Internet del Vaticano – costituisce
il regolamento di esecuzione delle norme fissate da Giovanni Paolo II.

Il documentario al riguardo afferma tre volte il falso:
(a) presenta come segreto un documento del tutto pubblico e palese:
La Crimen sollicitationis riporta un timbro che la qualifica come documento segreto, e il
paragrafo iniziale specifica che deve essere trattata come documento strettamente
riservato, che non deve essere oggetto di scritti accademici, deve essere tenuta al sicuro
negli archivi segreti della curia diocesana.
(b) dal momento che il “cattivo” del documentario dev’essere l’attuale Pontefice,
Benedetto XVI (per i laicisti il Papa “buono” è sempre quello morto), non spiega che la
De delictis gravioribus firmata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger come prefetto
della Congregazione per la dottrina della fede il 18 maggio 2001 ha l’unico scopo di
dare esecuzione pratica alle norme promulgate con la lettera apostolica Sacramentorum
sanctitatis tutela, del precedente 30 aprile, che è di Giovanni Paolo II;
Ho sempre sostenuto che non c’è la minima differenza tra Giovanni Paolo II e Ratzinger.
(c) lascia intendere al telespettatore sprovveduto che quando la Chiesa afferma che i
processi relativi a certi delicta graviora («crimini più gravi»), tra cui alcuni di natura
sessuale, sono riservati alla giurisdizione della Congregazione per la dottrina della
fede, intende con questo dare istruzione ai vescovi di sottrarli alla giurisdizione dello
Stato e tenerli nascosti. A1 contrario, è del tutto evidente che questi documenti si
occupano del problema, una volta instaurato un giudizio ecclesiastico, a norma del
diritto canonico, a chi spetti la competenza fra Congregazione per la dottrina della
fede, che in questi casi agisce «in qualità di tribunale apostolico» (così la
Sacramentorum sanctitatis tutela), e altri tribunali ecclesiastici. Questi documenti,
invece, non si occupano affatto – né potrebbero, vista la loro natura, farlo – delle
denunzie e dei provvedimenti dei tribunali civili degli Stati.
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A chiunque conosca, anche minimamente, il funzionamento della Chiesa cattolica è
evidente che quando i due documenti scrivono che «questi delitti sono riservati alla
competenza esclusiva della Congregazione per la dottrina della fede» la parola
«esclusiva» significa «che esclude la competenza di altri tribunali ecclesiastici» e non
– come vuole far credere il documentario – «che esclude la competenza dei tribunali
degli Stati, a cui terremo nascoste queste vicende anche qualora si tratti di delitti
previsti e puniti delle leggi dello Stato». Non è in questione questo o quell’episodio
concreto di conflitti fra Chiesa e Stati. Le due lettere dichiarano fin dall’inizio la loro
portata e il loro ambito, che è quello di regolare questioni di competenza all’interno
dell’ordinamento giuridico canonico. L’ordinamento giuridico degli Stati,
semplicemente, non c’entra.

La “competenza esclusiva” deve essere considerata assieme alla richiesta di “spedire
tutti gli Atti [dei procedimenti] alla Congregazione, dove vengono nascosti” e i “casi di
questo tipo sono soggetti al segreto pontificio”. Si chiama ostruzione alla giustizia. Tutto
quello che deve fare la Chiesa quando si presume che sia avvenuto un crimine di questo
tipo è denunciarlo alle autorità civili statali e poi tirarsi indietro! La Chiesa non ha
alcuna giurisdizione per poter decidere in materia penale. Anche il Cardinale Law ha
ammesso a Boston: “non sapevamo fosse un crimine, pensavamo che si trattasse solo di
un peccato”. Beh, se non conoscete la differenza, toglietevi di mezzo e lasciate fare alle
autorità civili il loro lavoro.

Nella nota 3 della lettera della Congregazione per la dottrina della fede – ma per la
verità anche nel testo della precedente lettera di Giovanni Paolo II – si cita l’istruzione
Crimen sollicitationis emanata dalla Congregazione per la dottrina della fede, che
allora si chiamava Sant’Uffizio, il 16 marzo 1962, durante il pontificato del Beato
Giovanni XXIII (1881-1963), ben prima che alla Congregazione arrivasse lo stesso
Ratzinger (che quindi, com’è ovvio, con l’istruzione non c’entra nulla; all’epoca faceva
il professore di teologia in Germania).
Questa istruzione dimenticata, “scoperta” nel 2001 solo in grazia dei nuovi documenti
e oggi non più in vigore, non nasce per occuparsi della pedofilia ma del vecchio
problema dei sacerdoti che abusano del sacramento della confessione per intessere
relazioni sessuali con le loro penitenti. È vero che dopo essersi occupata per i primi
settanta paragrafi del caso di donne penitenti che hanno una relazione sessuale con il
confessore, in quattro paragrafi, dal 70 al 74, la Crimen sollicitationis, afferma
l’applicabilità della stessa normativa al crimen pessimus, cioè alla relazione sessuale di
un sacerdote «con una persona dello stesso sesso», e nel paragrafo 73 – per analogia
con il crimen pessimus – anche ai casi (quod Deus avertat, «che Dio ce ne scampi») in
cui un sacerdote dovesse avere relazioni con minori prepuberi (cum impuberibus). Il
paragrafo 73 del documento è l’unico mostrato nel documentario, il quale lascia
intendere che gli abusi sui bambini siano il tema principale del documento, mentre il
problema non era all’ordine del giorno nel 1962 e l’istruzione gli dedica esattamente
mezza riga.

Si noti come l’autore dimentichi che il crimen pessimus comprende anche il sesso con gli
animali. Ciò dimostra che la Crimen sollicitationis va ben oltre le pareti del
confessionale. A proposito, come si fa ad “adescare” una pecora?

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Clamorosa è poi la menzogna del documentario quando afferma che la Crimen
sollicitationis aveva lo scopo di coprire gli abusi avvolgendoli in una coltre di
segretezza tale per cui «la pena per chi rompe il segreto è la scomunica immediata». È
precisamente il contrario: il paragrafo 16 impone alla vittima degli abusi di
«denunciarli entro un mese» sulla base di una normativa che risale del resto al lontano
anno 1741. Il paragrafo 17 estende l’obbligo di denuncia a qualunque fedele cattolico
che abbia «notizia certa» degli abusi. Il paragrafo 18 precisa che chi non ottempera
all’obbligo di denuncia dei paragrafi 16 e 17 «incorre nella scomunica». Dunque non è
scomunicato chi denuncia gli abusi ma, al contrario, chi non li denuncia.

E quali sanzioni [sono previste]? Pellegrinaggi religiosi? Date le decine di migliaia di
vittime di abusi, forse l’autore potrebbe dirci quanti sacerdoti sono stati processati,
condannati ed espulsi secondo le procedure indicate nella Crimen sollicitationis
.

L’istruzione dispone pure che i relativi processi si svolgano a porte chiuse, a tutela
della riservatezza delle vittime, dei testimoni e anche degli imputati, tanto più se
eventualmente innocenti. Non si tratta evidentemente dell’unico caso di processi a
porte chiuse, né nell’ordinamento ecclesiastico né in quelli statuali. Quanto al carattere
“segreto” del documento, menzionato nel testo, si tratta di un “segreto” giustificato
dalla delicatezza della materia ma molto relativo, dal momento che fu trasmesso ai
vescovi di tutto il mondo. Comunque sia, oggi il documento non è più segreto, dal
momento che – stimolati dalla lettura dei documenti del 2001 – avvocati in cause
contro sacerdoti accusati di pedofilia negli Stati Uniti ne chiesero alle diocesi il
deposito negli atti di processi che sono diventati pubblici. Quegli avvocati speravano
di trovare nella Crimen sollicitationis materiale per ampliare le loro già milionarie
richieste di risarcimento dei danni: ma non trovarono nulla. Infatti, nemmeno
l’istruzione Crimen sollicitationis riguarda in alcun modo la questione se eventuali
attività illecite messe in atto da sacerdoti tramite l’abuso del sacramento della confessione
debbano essere segnalate da chi ne venga a conoscenza alle autorità civili.

Nel caso Doe contro la Diocesi di Fort Worth (Texas), il documento Crimen
sollicitationis è stato l’argomento della deposizione, durata un giorno, dell’esperto di
diritto canonico Rev. John Beal, della Catholic University of America. La sua
autenticità oggi è fuori discussione. E’ stata presentata al giudice nell’ambito della
richiesta delle vittime per “omissione di denuncia”, che ha resistito alla richiesta di
proscioglimento presentata dalla Chiesa. La diocesi ha poi pagato alle due vittime
quasi 4 milioni di dollari.

Riguarda solo le questioni di procedura per il perseguimento di questi delitti all’interno
dell’ordinamento canonico, e al fine di irrogare sanzioni canoniche ai sacerdoti
colpevoli. Perfino Tom Doyle, un ex-cappellano militare che appare nel documentario,
ha affermato in una lettera, del 13 ottobre 2006, a John L. Allen, che è forse il più noto
vaticanista degli Stati Uniti, che «benché abbia lavorato come consulente per i
produttori del documentario, temo proprio che alcune distinzioni che ho fatto a
proposito del documento del 1962 siano andate perdute. Non credo né ho mai creduto
che quel documento sia la prova di un complotto esplicito, nel senso convenzionale,
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orchestrato dai più alti responsabili del Vaticano per tenere nascosti casi di abusi
sessuali perpetrati dal clero».
Tom Doyle rimane del tutto ostile alla «cultura radicalmente sbagliata» che vede nella
Chiesa di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: ma anch’egli si rende conto che le tesi
del documentario sulla Crimen sollicitationis non sono sostenibili e cerca
prudentemente, sia pure con un linguaggio che resta ambiguo, di prendere le distanze.

Tom Doyle è un prete, non un pubblico ministero, né un ex procuratore generale.
L’unico ex procuratore generale americano che interviene autorevolmente sul tema [il
governatore Frank Keating], paragona l’avere a che fare con i Vescovi con l’avere a
che fare con la mafia. Padre Doyle ha però sicuramente ragione a proposito della
“cultura radicalmente sbagliata “.

Un altro inganno del documentario consiste nel sostenere, a proposito della lettera De
delictis gravioribus del 2001 sottoscritta dal cardinale Ratzinger, che si tratti del
“seguito” della Crimen sollicitationis, che «ribadiva con enfasi la segretezza, pena la
scomunica». In realtà, nella lettera del 2001 non si trova neppure una volta la parola
“scomunica”. Si ribadisce, certo, che le procedure per i delicta graviora sono «sottoposte
al segreto pontificio», cioè devono svolgersi a porte chiuse e in modo riservato.
Ma in questo non vi è nulla di nuovo, né il segreto si applica solo ai casi di abusi
sessuali. Il documentario, al riguardo, confonde maliziosamente sia a proposito della
De delictis gravioribus sia a proposito della Crimen sollicitationis segretezza del
processo e segretezza del delitto. Il delitto non è affatto destinato a rimanere segreto,
anzi se ne chiede la denuncia sotto pena di scomunica; il processo è invece destinato a
svolgersi in modo riservato, a tutela – come accennato – di tutte le parti in causa.

La lettera di Ratzinger del 18 maggio 2001 non sostituisce affatto la Crimen
sollicitationis secondo la deposizione di Padre Beal. Invece, rafforza il controllo del
processo, sottraendolo al Vescovo diocesano in prima istanza e portandolo in
Vaticano sotto il “segreto pontificio “.

È questa segretezza del processo che è tutelata con la minaccia di scomunica ai
giudici, ai funzionari e allo stesso accusato nei paragrafi 12 e 13 della Crimen sollicitationis
(quanto alle vittime e ai testi, prestano giuramento di segretezza ma si prevede
che «non siano sottoposti ad alcuna sanzione» salvo provvedimenti specifici da parte
dei giudici nei singoli casi). Se c’è qualche cosa di nuovo nella De delictis gravioribus
rispetto alla disciplina precedente in tema di abusi sessuali, è il fatto che la lettera crea
una disciplina più severa per il caso di abuso di minori, rendendolo perseguibile oltre i
normali termini di prescrizione, fino a quando chi dichiara di avere subito abusi
quando era minorenne abbia compiuto i ventotto anni (e non i diciotto, come alcuni
hanno scritto: infatti il termine è di dieci anni ma nel delitto perpetrato da un clericus
con un minore decurrere incipit a die quo minor duodevicesimum aetatis annum
explevit, cioè «inizia a decorrere nel giorno in cui il minore compie il diciottesimo
anno di età», e da questa data decorre per dieci anni, arrivando così ai ventotto anni di
età della vittima).
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Questo significa – per fare un esempio molto concreto – che se un bambino di quattro
anni è vittima di abusi nel 2007, la prescrizione non scatterà fino a12031, il che mostra
bene la volontà della Chiesa di perseguire questi delitti anche molti anni dopo che si
sono verificati e ben al di là dei termini di prescrizione consueti. Con questa nuova
disciplina la durezza della Chiesa verso i sacerdoti accusati di pedofilia è molto cresciuta
con Benedetto XVI, come dimostrano casi dove, nel dubbio, Roma ha preferito prendere
provvedimenti cautelativi anche dove non c’erano prove di presunti abusi che si
asserivano avvenuti molti anni fa, e la stessa nomina del cardinale americano William
Joseph Levada, noto per la sua severità nei confronti dei preti pedofili, a prefetto della
Congregazione per la dottrina della fede.

La manipolazione dei termini di prescrizione [da 16+5 a 18+10] serve solo a
prolungare la competenza esclusiva della Congregazione e la segretezza. Più a lungo la
Congregazione impone il proprio processo truccato, meno probabile sarà che questi
crimini vedano la luce del giorno entro i termini di prescrizione civili.

Tutte queste norme riguardano, ancora una volta, il diritto canonico, cioè le sospensioni
e le scomuniche per i sacerdoti colpevoli di abusi sessuali. Non c’entrano nulla con il
diritto civile, o con il principio generale secondo cui – fatto salvo il solo segreto della
confessione – chi nella Chiesa venga a conoscenza di un reato giustamente punito dalle
leggi dello Stato ha il dovere di denunciarlo alle autorità competenti.

Ah! Non secondo l’Arcivescovo Tarcisio Bertone. Allora perché tutti questi casi di abuso
continuano e non sono mai stati denunciati alla polizia dai Vescovi?

Secondo il Catechismo della Chiesa cattolica, le autorità civili hanno diritto alla «leale
collaborazione dei cittadini» (n. 2238); «la frode e altri sotterfugi mediante i quali alcuni
si sottraggono alle imposizioni della legge e alle prescrizioni del dovere sociale, vanno
condannati con fermezza, perché incompatibili con le esigenze della giustizia» (n. 1916).


Il Catechismo [il documento pubblico] dice una cosa, la Crimen sollicitationis [il
documento segreto] tutt’altra.

L’obbligo di «leale collaborazione» con i poteri civili viene meno solo quando i loro
«precetti sono contrari alle esigenze dell’ordine morale, ai diritti fondamentali delle
persone o agli insegnamenti del Vangelo» (n. 2242): se questo limite non esistesse, se ne
concluderebbe che il cittadino cattolico doveva offrire la sua «leale collaborazione»
anche al Terzo Reich e denunciare alla Gestapo le violazioni delle leggi razziali di cui
fosse venuto a conoscenza. Dal momento, invece, che le leggi che tutelano i minori dagli
abusi non sono affatto contrarie alle «esigenze dell’ordine morale», nei loro confronti
vige l’obbligo di «leale collaborazione» prescritto dal Catechismo, e le «frodi e altri
sotterfugi» con cui si cercasse di sottrarsi a tali leggi sono «condannate con fermezza».
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Wotyla offrì la propria leale collaborazione al Terzo Reich quando andò a lavorare in
un’industria bellica [l’industria chimica Solvay] e ha accettato la loro protezione.
Ratzinger fu membro della Gioventù hitleriana. E poi ci fu Pio XII, che tacque sul
nazismo.

Certo, in passato queste indicazioni non sono sempre state rispettate (ma abusus non
tollit usum). Il legittimo desiderio di proteggere sacerdoti innocenti ingiustamente
calunniati (ce ne sono stati, e ce ne sono molti) qualche volta è stato confuso con un
“buonismo” che ha ostacolato indagini legittime degli Stati. Benedetto XVI ha più volte
stigmatizzato ogni forma di buonismo sul tema (si veda per esempio il discorso ai
vescovi dell’Irlanda in visita ad limina Apostolorum, del 28 ottobre 2006): e in realtà il
trasferimento della competenza dalle diocesi, dove i giudici spesso possono avere
rapporti di amicizia con gli accusati, a Roma mirava fin dall’inizio a garantire maggiore
rigore e severità.

Ma per favore. Tutte fesserie.

A margine – ma non troppo – di questa controversia si devono menzionare due luoghi
comuni. Il primo è quello secondo cui la “colpa” della Chiesa è quella di mantenere il
celibato tra i sacerdoti di rito latino: sarebbe appunto il celibato la causa almeno remota
degli episodi di pedofilia. Il secondo fa credere a molti che i preti pedofili siano «decine
di migliaia». Prima di discutere le statistiche sul punto, e le relative esagerazioni, si deve
essere chiari: anche un solo caso di pedofilia nel clero sarebbe un caso di troppo, nei
confronti del quale le autorità civili e religiose hanno non solo il diritto ma il dovere di
intervenire energicamente. Tuttavia, stabilire quanti sono i preti e religiosi cattolici
pedofili non è irrilevante. Le tragedie individuali sono difficilmente descritte dalle
statistiche, ma il quadro statistico può aiutare a capire se si tratta di casi isolati o di
epidemie, e se c’è qualche cosa nello stile di vita del clero cattolico che rende questi
episodi più facili a verificarsi di quanto non avvenga, per esempio, fra i pastori
protestanti o fra i maestri di scuola laici debitamente sposati.
È proprio vero che si tratta di un’epidemia dalle proporzioni ormai incontrollabili? Si
legge spesso che la Chiesa cattolica almeno in Nord America – dal momento che i casi
denunciati, ancorché non irrilevanti, sono in numero minore in Europa e altrove –
ospita una percentuale di pedofili elevata e unica rispetto a tutti i gruppi religiosi dotati
di ministri ordinati o di attività educative. Le statistiche che sono fatte circolare spesso
senza troppo preoccuparsi delle fonti parlano di migliaia o anche di decine di migliaia
di casi. Si è sentito dire per esempio ripetutamente in talk show televisivi americani
che il cinque o il sei per cento dei preti statunitensi sono “pedofili”.
Alcuni talk show studiati dall’illustre sociologo (non cattolico) Philip Jenkins in due
sue opere sul tema (la fondamentale Pedophiles and Priests. Anatomy of a Contemporary
Crisis, Oxford University Press, Oxford-New York, 1996; e Moral Panic.
Changing Concepts of the Child Molester in Modern America, Yale University Press,
New Haven-Londra, 1998; mentre in The New Anti-Catholicism. The Last Acceptable
Prejudice, Oxford University Press, Oxford-New York, 2003, lo stesso autore studia il
contesto del1’anticattolicesimo, l’ultimo pregiudizio socialmente accettato, come brodo
di coltura in cui affermazioni palesemente false acquistano l’apparenza della
credibilità) hanno citato a ruota libera pseudo-statistiche e cifre da cui emergerebbe
che il numero dei “preti pedofili” americani è superiore al numero totale di sacerdoti
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cattolici degli Stati Uniti. Almeno queste statistiche sono certamente false, e devono
insegnare a non prendere per oro colato tutti i dati presentati come “statistici” o
“scientifici” in televisione.
Negli ultimi trent’anni i casi di sacerdoti cattolici o religiosi condannati per abusi
sessuali su bambini negli Stati Uniti e in Canada sono di poco superiori al centinaio.
Un autore molto critico sul punto nei confronti della Chiesa cattolica, il sociologo
Anson D. Shupe (autore di In the Name of All That’s Holy. A Theory of Clergy
Malfeasance, Praeger, Westport, 1995; Wolves within the Fold. Religious Leadership
and Abuses of Power, Rutgers University Press, New Brunswick-Londr,a 1998; e – con
William A. Stacey e Susan E. Darnell – Bad Pastors. Clergy Misconduct in Modern
America, New York University Press, New York-Londra, 2000), ha sostenuto che,
nell’ultimo trentennio del ventesimo secolo, i casi di preti nordamericani pedofili
possano essere stati superiori al migliaio e raggiungere forse alcune migliaia. Shupe
ammette che le statistiche sono difficili perché, a partire da poche condanne, occorre
estrapolare e speculare sulla base di sondaggi su quanti casi non arrivano alla
condanna in quanto non sono denunciati (il che peraltro, ammette l’autore, oggi
avviene meno di ieri), ovvero sono oggetto di transazioni fra le parti.
Si deve anche chiarire che non è corretto includere nelle statistiche sulla “pedofilia” i
casi di relazioni sessuali che coinvolgono, per esempio, un sacerdote venticinquenne e
una fedele minorenne di sedici o diciassette anni. Si tratta certamente di un illecito
canonico (in alcuni Paesi anche di un reato), che però non corrisponde a nessuna
definizione medica o legale di “pedofilia”, che il più diffuso manuale diagnostico e
statistico utilizzato dagli psichiatri, il DSM-IV definisce come «attività sessuale
ricorrente con bambini prepuberi». Su tutta la materia delle statistiche è in corso
un’accesa discussione: ma in ogni caso siamo lontani dalle “decine di migliaia” di casi
evocati dai talk show.
Sulla base dei pochi dati certi e, molto di più, di quelli ipotetici si è diffusa l’idea
secondo cui responsabile del problema sia il celibato (o il voto di castità dei religiosi),
non più tollerabile nella società contemporanea. Attivisti contro il celibato, a una
riunione della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, protestavano per la presunta
esplosione della pedofilia in clergyman con slogan come «È la Chiesa il vero
pedofilo». In realtà, se si usano statistiche omogenee, cioè prodotte dagli stessi
ricercatori o istituti o con gli stessi criteri, si scopre che negli Stati Uniti alcune
denominazioni protestanti, ai cui ministri di culto non è richiesto il celibato o che non
hanno neppure una figura di “ministro” ordinato, hanno percentuali di condannati e
incriminati per pedofilia tra i loro ministri o educatori (considerato il numero globale
di pastori o anziani delle loro congregazioni) non troppo dissimili da quelle della
Chiesa cattolica, e lo stesso vale per i maestri laici delle scuole pubbliche e degli asili
(naturalmente, anche in questi casi sono possibili incriminazioni e accuse ingiuste).
Se l’elemento decisivo fosse il celibato, i ministri e pastori cui è permesso sposarsi –
per tacere dei maestri laici – dovrebbero avere percentuali di rischio decisamente
minori rispetto alla Chiesa cattolica. Jenkins nota poi un dato forse non politicamente
corretto ma fondamentale: oltre il novanta per cento delle condanne di sacerdoti
cattolici pedofili riguarda abusi su bambini (si noti la “i” finale) e non su bambine. Dal
momento dunque che si tratta, piaccia o no, di omosessuali e che l’alternativa al
celibato – salvo nuovi significati del termine, in clima di Dico e di matrimoni
omosessuali – consiste nello sposare una donna, permettere ai sacerdoti di rito latino il
matrimonio (eterosessuale) non risolverebbe i loro casi.
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È vero, sottolinea ancora la letteratura scientifica, che comunità religiose più piccole o
che non hanno una struttura gerarchica organizzata su base nazionale – per esempio le
denominazioni pentecostali – sono state percentualmente meno coinvolte nel problema
della pedofilia dei ministri e pastori, anche se non sono mancati singoli incidenti clamorosi.
Questo dato fa riflettere sul fatto che decisivo non è il celibato: sono piuttosto
aspetti strutturali e economici.
Da una parte, è possibile che un vero pedofilo si “nasconda” meglio ed eluda più
facilmente la vigilanza all’interno di una grande struttura. Ma è anche vera che gli studi
legali specializzati in questo campo – che negli Stati Uniti non mancano – e le grandi
società di assicurazioni che spesso determinano l’esito delle cause (talora preferendo
pagare e alzare il premio della polizza, anche quando l’accusato e presumibilmente
innocente) attaccano più volentieri lo Stato, nel caso dei maestri delle scuole pubbliche,
ovvero la Chiesa cattolica a altre comunità religiose con una organizzazione nazionale e
gerarchica. Qui si può attingere per i danni alle ricche casse delle diocesi, al di là delle
parrocchie, mentre nelle denominazioni più piccole o dove manca una struttura
gerarchica, e ogni comunità locale è indipendente, non si può sperare di ottenere più di
quanto è sufficiente a vuotare le casse, spesso magre, di una congregazione locale.
II fatto che fare causa alla Chiesa cattolica chiedendo risarcimenti per le presunte
molestie di preti “pedofili” sia anche un potenziale buon affare nulla toglie, evidentemente,
alla gravità dei casi di pedofilia reali e accertati. Ma deve rendere vigilanti nei
confronti di casi montati ad arte o fasulli, tutt’altro che infrequenti negli Stati Uniti e di
cui qualche segnale fa temere 1“importazione" anche in Italia. Un anticattolicesimo
latente in settori importanti della società, ambienti di assistenti sociali e terapisti convinti
che tutto quanto i loro pazienti o assistiti raccontano, specie se sono bambini, sia sempre
e necessariamente vero - molti episodi decisi dai tribunali mostrano che non sempre è
così: i bambini assorbono facilmente le idee dei loro terapisti, o questi ultimi li incalzano
e li confondono con domande suggestive - e una mentalità per cui il celibato o i voti non
sono politicamente corretti fanno sì che accuse poi dimostrate come false in tribunale
siano prese inizialmente sul serio.
Tutto questo, ripetiamolo ancora una volta, non nega certamente la presenza di casi
dolorosi, sulle cui cause la Chiesa giustamente indaga e si interroga. Ci si può chiedere,
per esempio, perché proprio negli Stati Uniti - il Paese dove sono più forti la
contestazione nei confronti del Magistero in tema di morale sessuale e una certa
tolleranza dell'omosessualità anche da parte di teologi che insegnano nei seminari - il
problema dei preti pedofili, al di là delle esagerazioni statistiche, sia più diffuso che in
Europa. A costo di ripetere l'ovvio, precisiamo subito che solo un folle sosterrebbe che
tutti i sacerdoti omosessuali, per non parlare degli omosessuali non sacerdoti, sono
pedofili; è invece un fatto statisticamente accertato che la maggior parte dei preti
pedofili condannati sono omosessuali. Da questo punto di vista l'apertura del
documentario con un pedofilo che parla di "bambine", al femminile, è a sua volta
fuorviante (e i sottotitoli in italiano della prima versione diffusa via Internet aggiungono
del loro, dal momento che mentre il documentario inglese parla di «a former Catholic
priest», cioè di un ex prete cattolico, il sottotitolo presenta il poco simpatico pedofilo
come «un prete cattolico», dimenticando 1
ex”, il che non è precisamente la stessa cosa).
La vigilanza in questo delicatissimo campo deve certamente continuare: ma non può
essere disgiunta da una parallela vigilanza contro forme di disinformazione laicista e
dall’esame attento di ogni singolo caso. Se per i colpevoli in un campo come questo è
giusto parlare di “tolleranza zero”, la severità non può essere disgiunta dalla ferma difesa
di chi è ingiustamente accusato, ricordando che ogni accusa, tanto più quando è grave e
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infamante, deve essere adeguatamente provata. In ogni caso, le misure prese nell’ambito
del diritto canonico per perseguire i crimini di natura sessuale commessi dal clero, e la
denuncia dei responsabili alle autorità dello Stato, costituiscono due vicende del tutto
diverse. La confusione, intrattenuta ad arte per gettare fango sul Papa, è solo frutto del
pregiudizio e dell’ignoranza.

Se il Papa si preoccupasse tanto della credibilità in tutto ciò, allora perché ha chiesto al
Presidente Bush di cancellarlo da un’azione legale in corso in Texas, in base
all’immunità di cui godono i capi di stato? Sarebbe stata per Papa Ratzinger
un’opportunità eccellente per sostenere l’esame di un rigoroso controinterrogatorio. In
qualunque momento sia pronto ad affrontare un interrogatorio serio su una qualsiasi di
queste questioni [legale, canonica, teologica o altro], in maniera aperta e rispettosa,
sono pronto. Altrimenti, è un vigliacco!

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