Asilo Sorelli. Assolti in Cassazione don Stefano Bertoni e altri imputati

Processo alle maestre di Brescia
Abusi all’asilo chiesti 20 anni

Oltre 125 anni di carcere: è la somma delle pene richieste per otto imputati – sei maestre, un bidello e un sacerdote – sotto processo a Brescia da più di due anni perchè accusati di aver abusato di una ventina di bambini che frequentavano una scuola materna del centro città.
I capi d’imputazione sono pesantissimi e comprendono anche l’associazione finalizzata alla produzione di materiale pedo-pornografico.
A pronunciare la requisitoria, durata un’intera settimana no-stop, i titolari dell’indagine, i sostituti procuratori Roberta Licci e Paolo Guidi. Le richieste di pena vanno da un massimo di vent’anni, per una delle insegnanti, a un minimo di 9 anni e sei mesi, per il sacerdote.
I fatti risalgono all’anno scolastico 2003. La sentenza, attesa per la primavera, sarà pronunciata dai giudici della seconda sezione penale del Tribunale di Brescia, presieduta da Francesco Maddalo.
Secondo l’accusa, i bambini sarebbero stati portati dalle maestre fuori dall’edificio per partecipare a feste mascherate in cui sarebbero stati violentati. Quando scoppiò lo scandalo nel 2003, la città si spaccò in due, tra innocentisti e garantisti. Non era la prima volta che Brescia si trovava al centro di episodi del genere. Nel novembre 2001, la scuola materna Abba finì al centro di indagini per pedofilia. Sul banco degli imputati un ausiliario, due bidelle e la coordinatrice scolastica; cinque i bambini coinvolti. Nel maggio 2003 altri episodi alòa Sorelli. Vengono arrestate due maestre. Una di loro lavorava nella prima scuola al tempo dello scandalo del 2001 ma non era stata coinvolta in nessun modo nell’inchiesta. L’altra, nel 1975 era finita al centro di una vecchia inchiesta per abusi e poi prosciolta. Nel giugno 2004 continua l’inchiesta sulla Sorelli e coinvolge altre 10 persone (4 maestre, 3 bidelli e 3 sacerdoti). Ma solo le 2 maestre arrestate vanno a processo, per il secondo troncone c’è un supplemento d’indagine. I bambini sono 23. Il processo alle due maestre, che intanto sono agli arresti domiciliari, parte nell’ottobre 2004. Ieri, a più di due anni di distanza, le pesanti richieste di pena.

http://www.lapadania.com/PadaniaOnLine/Art…pDesc=73178,1,1

http://www.corriere.it/ultima_ora/agrnews….78-0641FC6F6813}

Brescia: pedofilia in scuola materna, tutti assolti
BRESCIA – Sono stati tutti assolti gli otto imputati accusati di abusi nei confronti di bambini di una scuola materna comunale di Brescia. La sentenza e’ stata letta questa mattina dal presidente della seconda sezione penale del Tribunale di Brescia, Francesco Maddalo. A processo erano stati rinviati un bidello, un prete e sei maestre. Il pubblico ministero aveva chiesto fino a 20 anni di carcere. Dopo la sentenza, ci sono state scene di tensione da parte delle madri dei bambini coinvolti. (Agr)


http://www.gaynews.it/view.php?ID=29484

MAESTRE, PRETI E PEDOFILIA E BRESCIA SI SPACCA IN DUE
L’INCHIESTA. Oggi la prima udienza di un processo che lacera la città. Le accuse dei genitori, l’imbarazzo della Curia.
lunedì 18 ottobre 2004 , di la Repubblica

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La parola ai giudici, ma accusa e difesa si scontrano

da un anno in piazza a colpi di omelie e volantini

dal nostro inviato DARIO OLIVERO

BRESCIA – Via San Faustino attraversa come un fiume il centro storico di Brescia e lo divide in due. Da una parte, i palazzi che guardano verso il castello, la parte ricca. Dall’altra, il quartiere popolare del Carmine che qualcuno chiama “Carmen Street” per dargli un’aria da improbabile Bronx padano. La storia che ha lacerato Brescia incomincia qui, nella scuola materna vicino alla chiesa dei Santi Faustino e Giovita che si affaccia sulla via. Il processo che si apre oggi ha come imputate due maestre d’asilo di 52 e 50 anni che devono difendersi dall’accusa di pedofilia. In particolare di aver agito da intermediarie tra uomini governati da istinti inconfessabili e i bambini che loro avevano in custodia.

Sono stati i bambini a raccontarlo. Prima ai genitori, poi ai magistrati sotto il controllo costante degli psicologi. Ma il dibattimento è solo il primo troncone di un’inchiesta in cui sono indagate altre dieci persone per le quali non è stato ancora decisa l’archiviazione o il rinvio a giudizio: altre quattro maestre, tre bidelli e tre sacerdoti.

UNA CITTA’ CHE VACILLA. Dodici persone in tutto che rappresentano in un colpo solo tutto quello che Brescia ha sempre portato come modello: il suo sistema educativo, le sue strutture sociali, la sua vocazione di cooperazione e solidarietà, la sua Chiesa che da quindici secoli ne costituisce l’anima istituzionale, politica e spirituale. Una macchina sociale che rischia di collassare per aver tradito i suoi figli. Per questo da più di un anno, da quando questo incubo collettivo è incominciato qualcosa nell’anima della città si è rotto. Difficile pensare che non sia successo nulla, impossibile pensare che sia successo qualcosa. Per questo un processo, il processo, c’è già stato. Ed è avvenuto sulla pubblica piazza. E per questo oggi sono in molti a non voler parlare di questa storia a voler spegnere i riflettori.

LE PIAZZE CONTRAPPOSTE. Un processo che ha tanti protagonisti: parroci che si difendono dal pulpito, sacerdoti che conducono inchieste parallele, associazioni che denunciano l’esistenza di una grande rete criminale pedofila che ha un nodo a Brescia, fiaccolate di solidarietà per gli indagati, interventi del Garante della privacy e dell’Anm. In tutto questo 23 bambini (quelli del processo odierno sono nove) dai tre ai cinque anni e 21 famiglie sono finiti travolti da una storia troppo grande per loro. Genitori schiacciati tra spese legali e terapeutiche. Mariti che cercano lavoro in altre città, mogli che implorano i mariti di farlo.

LE MAESTRE SOTTO ACCUSA. Mentre il processo incomincia si sta concludendo il primo grado di un altro dibattimento analogo che vede imputati per accuse di pedofilia quattro maestre, tre bidelli e una coordinatrice di un’altra scuola materna cittadina. Il precedente, oltre che inquietante, è importante perché le due insegnanti sotto processo oggi, lavorarono anche nella prima scuola. Per loro a settembre 2003 si aprono le porte del carcere. Ci resteranno dieci mesi prima di ottenere i domiciliari. Sono state tirate in ballo dalle parole dei bambini che raccontano di essere stati portati fuori dalla scuola e costretti a “giocare” con altri adulti e da questi fotografati. Con il passare delle settimane, sempre più bambini vengono ascoltati. E nei loro racconti emergono sempre più particolari. Altre persone finiscono sul registro degli indagati. Altre quattro insegnati, tre bidelli. E il livello dello scontro si alza quando tre sacerdoti vengono coinvolti nell’inchiesta.

LA DIFESA PUBBLICA DEI SACERDOTI. Molti bresciani lo ricorderanno fin che vivranno quel 13 luglio del 2004, quando due parroci si difendono dal pulpito rendendo noto ai loro fedeli di aver ricevuto un avviso di garanzia. Molti bresciani ricorderanno che quel giorno ci fu un grande e lungo applauso di solidarietà a partire dai primi banchi dove sedeva il sindaco. E ricorderanno di aver pensato: come possono uomini con un passato e un presente di prima grandezza nel volontariato, negli oratori, nella vita della città essere anche lontanamente coinvolti in accuse così infamanti? “Non voglio essere ricordato come un prete pedofilo, perché non lo sono”, diceva il parroco di San Faustino invocando “una giustizia con le lettere maiuscole che a Brescia spero sia ancora di casa”. Da questo preciso momento Brescia, tutta Brescia, è costretta a schierarsi.

LA CROCIATA. E c’è chi prende molto sul serio questo appello. Uno dei protagonisti del processo di piazza si chiama don Mario Neva, amico degli indagati, ma soprattutto assistente spirituale all’Università Cattolica e nello stesso tempo prete di frontiera che ha tolto le prostitute dalla strada. La sua crociata per difendere gli indagati passa dalle lettere ai giornali, all’organizzazione di fiaccolate di solidarietà al carcere dove sono rinchiuse le due maestre, alla mailing list che, a detta sua, raggiunge un migliaio di persone, alle interviste. “In questi mesi ho preparato un dossier – spiega – in cui ho ricostruito tutta la vicenda. Una contro-inchiesta. Il primo errore giudiziario è incominciato con il primo processo (quello alla prima scuola ndr). Non nego che ci siano preti pedofili, ma nego che ci siano qui a Brescia”. Ma allora come è potuto accadere? “Alcuni genitori hanno perso la testa, le perizie e gli incidenti probatori fatti sulle testimonianze dei bambini sono stati viziati da prestazioni psicologiche disastrose e qualche forza politica ha cercato di strumentalizzare la vicenda”. Don Neva ha ricevuto anche un richiamo del Garante della privacy per aver fatto pubblicamente i nomi dei genitori di alcuni bambini coinvolti. “Lo sapevo, ma intanto quando mi fermeranno avrò già comunque raggiunto il mio scopo”. Quale? “Dimostrare che a Brescia non è successo nulla, salvare la comunità da una ferita che non si sanerebbe neanche in una generazione”.

LA CURIA. Don Neva è solo uno dei protagonisti in campo, ma è una presenza vistosa e battagliera. E’ prete di strada ma anche rappresentante di spicco della Chiesa bresciana. Alla domanda: lei non teme che la sua posizione crei imbarazzo alla curia? risponde: “Il mio demone buono, il mio demone socratico, quando ho incominciato una battaglia per la giustizia non mi ha detto fermati. E non me lo ha detto neanche il mio vescovo”. La curia si è espressa ufficialmente una volta sola ma in modo preciso e inequivocabile. Il vescovo, monsignor Sanguineti, ha respinto la richiesta di dimissioni dei tre sacerdoti e di altri che avevano fatto la stessa cosa per solidarietà verso gli indagati. E il vicario generale monsignor Francesco Beschi ha scritto una lunga lettera che i parroci hanno letto nel famoso discorso dal pulpito. Si incoraggia “l’accertamento della verità”, ma nella sostanza la Chiesa difende i suoi preti. “Pur nella massima comprensione per la grande sofferenza che affligge queste persone (le famiglie e i bambini ndr) – si legge nella lettera – il vescovo desidera comunicare alla vostra comunità parrocchiale la sua personale certezza morale relativamente all’innocenza dei suoi sacerdoti e pertanto li riconferma nel loro incarico, accompagnandoli con la sua paterna vicinanza”.

CLIMA PESANTE. Come la curia, anche le altre istituzioni cercano di tenersi a una distanza siderale dalle urla che si sentono in piazza. O almeno ci provano. Il sindaco (clicca qui per l’intervista) si appella continuamente alla ragione e difende il modello educativo bresciano ma ammette che, “sia in caso di innocenza che di colpevolezza, di fatti accertati o di suggestione collettiva, è chiaro che a Brescia abbiamo un problema serio”. In Procura il silenzio sulla vicenda è blindato. Anche perché gli avvocati difensori non hanno mai nascosto di voler far trasferire il processo in quanto il clima in città non consentirebbe un dibattimento sereno. Un’ipotesi, questa, guardata con terrore, oltre che dai magistrati, anche dai genitori che sarebbero costretti a subire fatiche processuali, fisiche ed economiche aggiuntive. Interviene anche l’Associazione nazionale magistrati per far notare che “ripetere in ogni sede che il clima non è sereno significa semplicemente adoperarsi perché non lo sia”.

“CACCIA ALLE STREGHE”. Certo il clima proprio sereno non è. Un altro protagonista della vicenda è uno dei bersagli di Don Neva: l’associazione contro la pedofilia Prometeo e il suo responsabile, Massimiliano Frassi. Il gruppo si occupa della vicenda da un anno quando ormai i magistrati hanno già raccolto i racconti dei bambini. Con quale titolo Prometeo viene a Brescia? “Per aiutare i genitori, per ascoltarli, aiutarli a sfogare la rabbia”, dice Frassi. Non tutte le famiglie sono d’accordo ad appoggiarsi a Prometeo. Frassi dice cose difficili da sentire come: “Esiste una casistica di pedofilia fatta da predatori con la complicità di persone a contatto con i bambini”, “A Brescia è in atto un’operazione per far passare i racconti dei bambini come non attendibili”, “Qui c’è un clima da caccia alle streghe contro chi difende le famiglie e invece chi difende i presunti colpevoli viene ascoltato”. Facile, date queste premesse, che la tensione raggiunga le stelle quando Frassi si muove. Come quando all’uscita di un convegno, regolarmente attaccato da Don Neva, un uomo accusa Frassi di averlo colpito con un pugno.

LE FAMIGLIE. E arriviamo all’ultimo anello della storia, le famiglie, l’anello debole. E’ gente di ogni classe sociale perché la scuola materna è un mappamondo geografico e sociale. Alcuni di loro sono credenti, altri cattolici praticanti o attivi nella vita sociale della chiesa bresciana. Per alcuni la chiesa è tutto, per altri nulla. Alcuni sono benestanti, altri meno. Hanno bambini in terapia. Hanno un disperato bisogno di silenzio e nello stesso tempo di non sentirsi soli. Vorrebbero svegliarsi da quelle poche notti che non passano insonni come i loro figli e scoprire che è stato solo un brutto sogno. Che i loro bambini sono vittima di una spaventosa allucinazione collettiva ma comunque meno spaventosa di questa realtà. Che nessuno a cui avevano affidato i loro figli ha tradito la loro fiducia. Che continueranno a vivere nella città in cui hanno scelto di vivere. Che quelle urla che si sentono venire dalla città nella piccola stanza in cui alcuni di loro tante volte si sono riuniti non li riguardano. Che i processi si fanno in tribunale.

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