Don Dessì, qualcuno sapeva da 15 anni

Il presidente del Nicaragua Daniel Ortega, il cardinale Obando y Bravo, la Polizia locale, il Nunzio apostolico, l’ambasciatore del paese centramericano in Italia: sarebbero questi gli appoggi su cui contava, o quantomeno su cui diceva di poter contare don Marco Dessì, il sacerdote sardo arrestato il 4 dicembre con l’accusa di aver violentato almeno 6 minori ospiti della sua missione di Chinandega, in Nicaragua. Un esposto presentato il 28 settembre scorso alla Procura di Parma dal Comune di Correggio e dalle associazioni Rock No War e Solidando ha fatto scattare le indagini. Nella nostra provincia don Dessì era venuto parecchie volte – l’ultima nel luglio scorso – per raccogliere fondi.

Il prete è in carcere a Parma e, attraverso il suo difensore Pier Luigi Concas, continua a proclamarsi innocente e a respingere tutte le accuse. Ma gli elementi a suo carico raccolti dal pubblico ministero Lucia Russo sembrano molto forti. Le dichiarazioni dei minori che sostengono di essere stati violentati da Don Dessì – e che attualmente vivono in Emilia sotto protezione – disegnano un quadro agghiacciante. Feroci abusi sessuali che coinvolgerebbero un numero enorme di bambini, iniziati almeno nel 1989 e protrattisi fino a pochi mesi fa, con casi di ragazzini violentati sistematicamente dall’età di 8 anni per un periodo anche di 6-7 anni.

Dalle intercettazioni disposte dalla Procura di Parma sul telefono e sulla posta elettronica di don Dessì nello scorso mese di novembre emerge che il sacerdote era convinto di poter contare sulla protezione delle massime autorità politiche e religiose del Nicaragua, rispetto alle quali aveva accesso diretto. Mai, in quelle telefonate, il prete si dice amareggiato per le accuse ingiuste rivolte contro di lui. Si preoccupa invece di far ritrattare chi lo accusa offrendogli soldi, oppure organizzandone l’incriminazione da parte della Polizia sulla base di prove false. O di far intestare i propri beni a una rete di prestanome per sottrarli al sequestro. O ancora di come eludere le disposizioni della S. Sede, che gli aveva ordinato di lasciare il Nicaragua e di ritirarsi in un luogo di preghiera in Italia, minacciandolo di scomunica.
Ma dalle testimonianze raccolte dalla Procura emerge anche un fatto a dir poco sconcertante. Nell’agosto del 1991 un operatore italiano della missione di don Dessì apprese delle violenze e, nonostante fosse stato pesantemente minacciato, al suo ritorno in patria ne informò i vertici dell’ordine a cui appartiene il sacerdote, il ‘Gesù divino operaio’. In seguito a quella denuncia, don Dessì fu richiamato dal Nicaragua per un periodo di preghiera in Italia. Ma pochi mesi dopo ritornò alla guida della missione, fra i bambini, per altri 15 anni.

Gabriele Franzini

http://www.telereggio.it/notizie/30389.html

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