chi di spada colpisce… donvitaliano in religione Rimosso d’autorità l’abate di Montevergine.

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27 Novembre 2006

Aveva rimosso don Vitaliano

Un piccolo giallo dietro le dimissioni di mons. Tarcisio Giovanni Nazzaro, vescovo della piccola diocesi abbaziale di Montevergine, in Irpinia. La sua rinuncia al governo pastorale della diocesi – riferisce una nota pubblicata il 15/11 nel bollettino dalla Sala Stampa Vaticana (ripresa il 16/11 anche dall’Osservatore Romano) – è stata accettata da Benedetto XVI il 15/11, “in conformità al can. 401 § 2 del Codice di Diritto Canonico”. Il comma 2 del canone in questione invita il vescovo che “per infermità o altra grave causa risultasse meno idoneo all’adempimento del suo ufficio” a presentarne la rinuncia. Non solo non si hanno notizie di problemi di salute tali da impedire a mons. Nazzaro di proseguire il suo ministero pastorale, ma a rendere la vicenda ancora più misteriosa c’è il fatto che Avvenire ha fornito una diversa spiegazione dell’abbandono di Nazzaro, affermando che l’abate avrebbe raggiunto il limite canonico fissato per il pensionamento. Il quotidiano dei vescovi, sul numero del 17/11, riferisce infatti che “Nazzaro, alla guida dal 1998 dell’antica comunità benedettina sui monti irpini, poco distante da Avellino, compirà 75 anni il prossimo 2 gennaio” (sempre il 17/11, identica versione si trova anche sulle pagine avellinesi del Mattino). In realtà, dom Nazzaro è nato sì il 2 gennaio, ma del 1933. Tra due mesi compirà quindi 74 anni e non 75, come erroneamente riportato. Un errore così grossolano, in palese contraddizione – tra l’altro – con la versione ufficiale fornita dalla Sala Stampa Vaticana, evidenzia il forte imbarazzo con cui l’Ordine benedettino ed il Vaticano hanno gestito tutta la vicenda di Montevergine.

Dietro le dimissioni dell’abate Nazzaro, infatti, vi sarebbero in realtà i profondi dissesti finanziari che hanno scosso l’amministrazione del santuario e del monastero e che hanno provocato il deciso intervento della Congregazione benedettina sublacense (da cui dipende Montevergine). Due anni fa presso l’abbazia irpina, si era recato in qualità di visitatore dom Bruno Marin. La visita canonica è una prassi consueta per tutte le Congregazioni e gli Ordini religiosi: ogni due anni l’abate visitatore compie una visita – che dura al massimo un paio di settimane – in tutti i monasteri sotto la sua giurisdizione. Nel caso di Montevergine, però, la visita – iniziata già due anni fa – non si è ancora formalmente conclusa, e si è col tempo tramutata in un vero e proprio commissariamento dell’abbazia, dal momento che dal gennaio 2006 la Congregazione sublacense ha inviato a Montevergine un ispettore – dom Beda Paluzzi, priore del monastero di San Benedetto (Sacro Speco) a Subiaco – che ha avocato a sé le decisioni più importanti e la deliberazione sulle spese di un certo rilievo. (valerio gigante – www.adista.it n° 85)

QUANDO L’ECONOMO SCAPPÒ CON I SOLDI DELLA SPESA.

UN’”ALLEGRA” GESTIONE FINANZIARIA DIETRO LA RIMOZIONE DI DOM NAZZARO

Dietro il deciso intervento della Congregazione sublacense nei confronti di dom Tarcisio Giovanni Nazzaro, c’è probabilmente il Vaticano, per nulla soddisfatto di come sinora sono andate le cose a Montevergine. Anche per questo, già nel maggio 2005 (v. Adista n. 45/05), la Congregazione dei Vescovi aveva deciso di trasferire alla diocesi di Avellino le 9 parrocchie poste sino ad allora sotto la giurisdizione dell’abate. In quel caso il Vaticano dovette in parte cedere alle resistenze dei benedettini: la diocesi di Montevergine non fu infatti cancellata, anche se la sua giurisdizione venne limitata al Santuario, all’annesso monastero e al Palazzo abbaziale di Loreto, sito nel comune di Mercogliano. Seppure fortemente ridimensionata, l’abbazia di Montevergine continua così a mantenere il privilegio di abbazia territoriale. Resta cioè una diocesi con uno status giuridico del tutto particolare, perché guidata non da un vescovo diocesano nominato dalla Santa Sede, ma da un abate ordinario eletto da una Congregazione religiosa, ma l’abate di Montevergine continua ad esercitare il suo potere di ordinario sui monaci, i novizi ed i postulanti dell’abbazia, e – soprattutto – continua a percepire le quote annuali dell’8 per mille destinate a ciascuna delle 226 diocesi italiane. E non si tratta di somme trascurabili. Solo per la voce “culto e pastorale” la Cei stanzia circa 150milioni di euro all’anno. La metà di questi fondi viene ripartita in parti uguali per tutte le 226 diocesi, mentre l’altra viene suddivisa proporzionalmente, in base al numero di abitanti di ciascuna diocesi. Nello stesso modo vengono ripartiti anche i circa 80 milioni di euro che la Cei destina alle opere di carità.

Attraverso questo sistema di ripartizione dei fondi dell’8 per mille, anche diocesi piccolissime come Montevergine incassano un “fisso” annuo di almeno 500mila euro, cui vanno aggiunte le quote “variabili” assegnate dalla Cei alle singole diocesi in base al numero di abitanti di ciascuna di esse.

Nonostante un afflusso di denaro così consistente, rimpinguato per di più dagli introiti e dalle offerte derivanti dalla gestione del Santuario (che vive da diversi anni un periodo di crisi, ma che rimane pur sempre uno dei più importanti d’Italia), i conti di Montevergine sono da tempo in rosso, e il disavanzo ha raggiunto livelli preoccupanti. Tra le cause che hanno prodotto questa difficile situazione, la gestione finanziaria piuttosto “disinvolta” da parte dei monaci, che ha indotto la Congregazione sublacense a mettere l’abate Nazzaro sotto tutela e ad imporgli – dopo due anni di commissariamento – le dimissioni. In questo senso, un caso particolarmente significativo, avvenuto circa 4 anni fa nella zona di Mercogliano, è quello che ha per protagonista l’allora economo del monastero di Montevergine – un giovane professo – che ideò una mega-truffa ai danni della sua Congregazione. L’economo ritirava infatti dalle casse del monastero i soldi necessari alla gestione ordinaria del monastero, ma poi comprava a credito. Con questo sistema, in breve tempo era riuscito ad accumulare per sé la ragguardevole cifra di circa mezzo miliardo di vecchie lire. Quando i creditori telefonarono all’abate reclamando il pagamento delle loro spettanze, la truffa venne a galla, ma l’abate non denunciò l’economo per evitare che scoppiasse uno scandalo. Il colpevole, nel frattempo riparato in Calabria (regione di cui è originario), riuscì così a farla franca e a “rifarsi una vita” prendendo i voti presso un’altra congregazione religiosa.

A subentrare a Nazzaro, sarà ora lo stesso dom Beda Paluzzi, chiamato a svolgere le funzioni di amministratore e di delegato apostolico per la diocesi fino a che non sarà eletto il nuovo abate. Ma i tempi per trovare il successore di Nazzaro non saranno brevi: affinché si possa eleggere un nuovo abate la regola prevede la presenza nel monastero di almeno 12 monaci e a Montevergine, attualmente, ce ne sono molti di meno. L’”addio” di dom Nazzaro – che ha scelto di non lasciare il santuario (assumerà la carica di “abate emerito”) – ha sorpreso gli amministratori di Mercogliano: “Ha esercitato il suo apostolato con il sorriso confortante e lo sguardo illuminato dalla saggezza – ricorda il vice-sindaco Massimiliano Carullo -, con l’amore, la fraternità e l’alto sentimento cristiano. Un umile, ma grande servo della vigna del Signore”. Del tutto opposto il giudizio dell’associazione “’O ruofolo” che raccoglie gran parte della comunità di Sant’Angelo a Scala che in questi ultimi anni si è fermamente opposta alla decisione di Nazzaro di rimuovere don Vitaliano della Sala dalla sua funzione di parroco. “Finalmente gli hanno imposto di dimettersi: per la scandalosa gestione del Santuario che non ha mai toccato livelli tanto bassi; per come ha gestito in maniera accentratrice l’abbazia territoriale nei suoi anni di abbaziato; per la mancanza di dialogo con la gente; per la sconsiderata gestione della vicenda che ci ha visto coinvolti con la rimozione di don Vitaliano Della Sala dalla nostra parrocchia. Se lo avessero fatto dimettere qualche anno fa, si sarebbero evitate tante situazioni spiacevoli e tanta sofferenza!”. (valerio gigante – www.adista.it n° 85)

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