Don Felix Cini da Malta condannato per pedofilia. Il vescovo lo assolve e il paese è in rivolta, prete maltese trasferito da Grosseto a Cercemaggiore (CB)

1 luglio 2004 – Grosseto Due anni e sei mesi per don Felice Cini, sacerdote accusato di aver molestato sessualmente alcuni bambini nella parrocchia di Arcille, in provincia di Grosseto. Il processo e’ durato due anni, alla fine l’imputato ha patteggiato davanti al gup Armando Mammone. Durante l’inchiesta sono stati ascoltati 17 bambini tra i 10 e i 14 anni.

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Il parroco di Santa Maria della Croce ha celebrato messa anche ieri sera

Cercemaggiore La piccola chiesa in pietra bianca domina la vallata e guarda il piccolo centro illuminato a festa. E’ un giorno strano per Cercemaggiore. Di gioia per un traguardo raggiunto: si inaugura, con gli onori del caso, la casa alloggio che ospiterà gli anziani del paese. Di dolore perché la verità processuale su padre Felix è venuta fuori in tutta la sua violenza. Una sentenza che certifica una dolorosa vicenda processuale capitata nel 2004. Abusi su minori, pena patteggiata. Due anni e sei mesi.
Don Felix Cini sta celebrando messa, il rito in suffragio di un defunto. La piccola chiesa in pietra bianca è gremita di gente. Si conoscono tutti, per questo non passiamo inosservati. Nell’atrio della chiesetta la bacheca ospita un avviso ai fedeli. Ci sono i recapiti telefonici del parroco che spiega che è costretto ad allontanarsi un po’ dal paese, a colpa di quello che sta avvenendo. Riposo, preghiera, meditazione. Non c’è una data ma non è recente. In paese spiegano che da quando questa storia è cominciata, un paio di mesi fa, padre Felix aveva deciso una sorta di allontanamento volontario. Aspettiamo che la funzione religiosa termini, chiediamo di incontrare il sacerdote che non rifiuta. E subito dice:
«e cosa volete che vi dica di più, avete scritto tutto».
Ecco, il solito equivoco. Confondere il piano professionale con quello personale. Non è stato facile raccogliere informazioni e decidere di raccontare una vicenda lacerante che però, ed è il caso di ribadirlo, si fonda su un dato di fatto concreto. Una sentenza, emessa nel luglio del 2004, con la quale il parroco di Santa Maria della Croce viene condannato per abusi su minori. Ed è proprio questo il punto di partenza.
«Non avrei voluto patteggiare dice padre Felix mentre fuma una sigaretta volevo andare fino in fondo. Volevo affrontare il processo. Ma mi è stato consigliato di patteggiare, era meglio chiudere la faccenda il prima possibile».
Impossibile non replicare ad una affermazione di tale entità. Chiudere la faccenda, perché se lei non era colpevole di nulla?
«Pressioni politiche».
E’ ancora più inquietante, ancor più difficile da
comprendere e quindi spiegare ai lettori, alla comunità di Cercemaggiore ma anche a tutti i molisani cosa significa un’affermazione del genere.
Lui, padre Felix, sa perfettamente che non ha risolto alcun dubbio, anzi ne ha ingenerati molti di più. Ma le sue dichiarazioni finiscono qui. «Chiedete in giro, chiedete chi è don Felix» dice Annamaria Testa, una collaboratrice del parroco. Che, logicamente,
appartiene alla fazione che sostiene il parroco, che crede abbia già pagato per quello che ha fatto, che debba essere perdonato e aiutato a tornare a compiere la sua missione.
«Ha riportato i giovani in chiesa, lo sa che l’anno scorso in 125 hanno preso la Cresima? Ecco, questo è padre Felix, anche io ho dei bambini, non ho timore a farli frequentare la Chiesa».
C’è però chi la pensa diversamente, c’è chi crede che forse la verità non andava nascosta. Dire tutto, chiarire fin da subito i dubbi avrebbe aiutato non poco la comunità a trovare una strada diversa da quella intrapresa a furia di smentite categoriche.
«Certo commentano altri giovani arrivati in sacrestia se la Curia avesse chiarito, non appena la questione è venuta fuori, i termini dell’intera vicenda forse nessuno avrebbe preso la decisione di far protocollare la sentenza in Comune».
Perché non dirlo, perché allora nascondere una verità processuale di certo dura da spiegare ma assolutamente impensabile di poter nascondere per sempre. Forse proprio questa verità mancata ha generato i mostri, forse l’aver impedito ai cittadini di scegliere se fidarsi o meno di don Felix nascondendosi dietro un muro di no probabilmente dettati da una precisa strategia ecclesiale da utilizzare in casi simili ha diviso il paese, ha esa sperato gli animi ed ha portato all’atto finale. Il clamore mediatico che, si sa, è un punto di non ritorno.
La verità adesso è sotto gli occhi di tutti.
Una verità parziale, se si vuol dare ascolto a padre Felix, una verità che potrebbe nascondere altri fatti molto oscuri, di cui il parroco non vuole parlare.
«Perché non ne so nulla, ho fatto quello che mi veniva chiesto».
E i 17 ragazzini, tra i 10 i 14 anni, ascoltati come testimoni e che diventano pare fondamentale della sentenza?
«Non ci sono testimonianze, loro non hanno detto nulla».
Quindi il gup ha condannato senza prove certe, ha accettato la proposta di patteggiamento sapendo di punire per sempre secondo la Giustizia degli uomini un innocente? Famiglie divise, comunità spaccata, colpevolisti contro innocentisti e una versione dei fatti che stride con una sentenza di condanna. Che è l’unica cosa certa di tutta questa brutta storia. lusa lucsam66@gmail.com

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