Pedofilia, si uccide il prete arrestato

Il parroco di Villa di Serio si è impiccato in cella. Il Pm gli aveva negato la libertà

BERGAMO – Probabilmente non ha retto di fronte all’ ennesimo no della magistratura alla sua scarcerazione. O forse covava già da tempo la decisione di farla finita dopo che il 6 maggio scorso era finito dietro le sbarre con l’ accusa di atti sessuali su minori di 14 anni, un macigno pesantissimo per un sacerdote. Nessuno saprà mai la verità. Don Vittorio Damiani, 62 anni, parroco di Villa di Serio, nella notte tra giovedì e venerdì si è impiccato nella sua cella del carcere di Bergamo. Solo poche ore prima i suoi avvocati Roberto Bruni e Marco De Cobelli gli avevano comunicato una notizia che lo aveva scosso. Era ormai convinto di poter uscire dal carcere perché il Tribunale del Riesame di Brescia, sulla base di motivazioni procedurali (l’ ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip di Chiavari, poi dichiarato incompetente, è diventata inefficace dopo 20 giorni in assenza di un nuovo provvedimento da parte del Gip di Bergamo) aveva deciso di rimetterlo in libertà. Ma il pubblico ministero Carmen Pugliese ha subito disposto il fermo del sacerdote (e di un coimputato) per il pericolo di fuga. Cosa possa avere scatenato nell’ animo di don Vittorio quella decisione è impossibile sapere. I suoi legali dicono che nelle ultime settimane il parroco era molto prostrato, ma non aveva mai manifestato propositi suicidi. «Noi avevamo proposto per il nostro assistito gli arresti domiciliari nel convento benedettino di Pontida – osservano gli avvocati Bruni e De Cobelli -. Il provvedimento preso dal pubblico ministero Pugliese era basato su presupposti inesistenti. Già il Tribunale di Genova aveva espressamente escluso il pericolo di fuga. Forse bisognava valutare meglio la situazione». Il magistrato si dice sereno: «Umanamente sono molto dispiaciuta per quel che è successo. Nessuno prova piacere a firmare certi provvedimenti. Ma il fermo era una scelta obbligata. Anzitutto perché la scarcerazione era stata disposta per meri motivi procedurali, senza che la gravità della posizione degli imputati fosse cambiata. E, in secondo luogo, a mio avviso esistevano concreti pericoli sia di reiterazione dei reati che di fuga all’ estero. Non dimentichiamoci che le accuse di cui doveva rispondere il sacerdote erano pesantissime. La cautela era doverosa». Cesare Zapperi

Zapperi Cesare

Pagina 46
(19 luglio 2003) – Corriere della Sera

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